E’ “un’urgenza, per il mondo della finanza”, “identificare nuove regole, semplici e condivise”. E ancora: è compito degli operatori della finanza, “specie di coloro che portano le maggiori responsabilità associate al loro maggior potere, rafforzare un senso del comune interesse a realizzare uno spazio finanziario stabile” e fare in modo “che tutta l’economia e la finanza siano etiche“. Parola di Angelo Scola, arcivescovo di Milano, per la prima volta invitato come ospite d’onore all’incontro annuale della Commissione nazionale per le società e la Borsa (Consob) con il mercato finanziario. Esigenze, quelle richiamate da Scola, che il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, aveva del resto già fatto proprie – a modo suo – nella Relazione annuale letta poco prima al parterre riunito nella sede di Borsa italiana. Parlando di regole, infatti, anche Vegas ha auspicato una svolta. Ma in una direzione un po’ diversa rispetto a quella immaginata dal cardinale che l’anno scorso fu tra i più accreditati potenziali successori di Papa Benedetto XVI. Per l’ex esponente di Fi e del Pdl, dal 2011 alla guida della commissione che deve tutelare gli investitori e l’efficienza e trasparenza del mercato, la priorità è infatti “semplificare” il Testo unico sulla finanza (Tuf, compendio di tutte le leggi in materia). Rendere più snelli, in particolare, i controlli interni alle aziende quotate. Sfoltire quella “pluralità di organi” su cui il sistema si basa oggi e che “intasa” le società, portando con sé “potenziali sovrapposizioni di ruoli”, “inefficienze e costi ingiustificati“. Ben venga dunque, dice Vegas, “un maggiore ricorso al sistema di amministrazione e controllo monistico (che non prevede il collegio sindacale ma solo un comitato per il controllo, ndr)”. Vero è che il sistema monistico è “il più diffuso a livello internazionale”, ma occorre tener presente che in Italia quegli istituti di controllo sono stati rafforzati, a partire dal 2005, per evitare il ripetersi di scandali del ‘risparmio tradito’ come quelli Cirio e Parmalat

 

Ma tant’è: per Vegas, che oggi ha anche celebrato i 40 anni dalla nascita della Commissione, occorre sfrondare. Non solo sul versante delle norme ma anche su quello delle sanzioni. Introducendo, per esempio, “meccanismi di patteggiamento” e “misure di deflazione per gli illeciti veniali”. Ma anche “meccanismi premianti per le segnalazioni di operazione sospette”, per “accertare in tempi molto più rapidi gli illeciti”. Porte aperte, dunque, ai cosiddetti “whistleblower”, persone interne a una società che si prendono la briga di denunciare alle autorità frodi o violazioni di cui sono testimoni. Parlando di tempi, però, sarebbe forse opportuno iniziare con il migliorare quelli di reazione della Consob stessa, visto che non si può dire si sia mossa con rapidità quando – nel lontano agosto 2011 – ricevette un esposto anonimo sui reati commessi nell’area finanza di Mps. Da allora ci sono voluti quasi altri due anni prima che scoppiasse lo scandalo sui titoli tossici e l’acquisizione di Antonveneta. Per non parlare della posizione non proprio super partes tenuta dalla commissione nel varo della fusione Unipol-Fonsai.

Visioni diverse, quelle del padrone di casa Vegas e dell’invitato d’onore Scola, anche sulla tutela del risparmio e le modalità per indirizzarlo verso gli impieghi migliori. Secondo l’arcivescovo occorre “provvedere in modo efficace affinché la capacità di risparmio sia convogliata ad iniziative produttive in grado di generare occasioni reali di lavoro”. E se la finanza riesce a far questo – sostenere le realtà produttive medie e piccole – per Scola “diventa a tutti gli effetti un importante mattone per la realizzazione del bene comune”. Vegas affronta la questione da tutt’altro punto di vista: pur sottolineando che la commissione si sta muovendo per rafforzare la tutela dei piccoli investitori e limitare la distribuzione di prodotti finanziari particolarmente rischiosi (derivati, titoli strutturati e simili), per il numero uno di Consob “la diffusa presenza di piccoli risparmiatori che operano direttamente in strumenti finanziari senza avvalersi dell’intermediazione di un gestore professionale” rende l’Italia “un paese vulnerabile”. Non per niente dopo poche parole dedicate ai “milioni di nostri concittadini” che “continuano a risparmiare nonostante tutto” arriva l’elogio della “industria italiana del risparmio”, che “costituisce uno dei principali comparti strategici della nostra imprenditoria” e “va valutato e ‘pesato’ per il contributo che offre alla formazione del Pil”. Ci pensa Enrico Morando, viceministro dell’Economia, anche lui in platea a Palazzo Mezzanotte, a far ordine sul rapporto causa-effetto tra risparmiatori e vulnerabilità: “Il piccolo risparmiatore italiano non si fida ad andare in Borsa”, spiega, “perché la Borsa ha rappresentato per troppo tempo un sinonimo di operazioni opportunistiche a vantaggio di chi detiene il controllo e a detrimento di chi mette i soldi”. Lo stesso Morando, poi, fa un piccolo sgarbo a Vegas annunciando che “bisogna chiudere” a breve, perché “abbiamo già atteso troppo”, sulla nomina del secondo commissario Consob, nomina che spetta al presidente del Consiglio ed è attesa dalla fine del 2013, quando è scaduto il mandato di Michele Pezzinga. Oggi, in pratica, Vegas regna sovrano: è affiancato da un solo commissario – Paolo Troiano – e il suo voto, in caso di opinioni divergenti, vale doppio.

Il presidente della Consob ha parlato anche della necessità di un “vero e proprio testo unico della normativa finanziaria europea” perché le “difformità nelle prassi di vigilanza fra i paesi dell’Unione europea” lasciano spazio ad “arbitraggi tra sistemi di vigilanza” e fanno sì che i diversi Paesi non giochino su un terreno omogeneo. Si rischia così “di favorire i paesi con approcci meno rigorosi, piuttosto che premiare quelli più efficienti”. Di qui l’apertura alla centralizzazione delle competenze di vigilanza a livello europeo: un’unione finanziaria simile al modello dell’unione bancaria. A proposito di banche, da Vegas è arrivata anche una difesa degli istituti di credito italiani, per le quali “la valutazione a prezzi di mercato delle esposizioni in titoli di Stato risulta discriminatoria rispetto a quelle di altri paesi che hanno esposizioni molto significative, e non meno rischiose, in derivati e titoli strutturati“. Perché “paradossalmente proprio le esposizioni in derivati e titoli illiquidi, che sono state all’origine della crisi finanziaria, ricevono un trattamento meno severo negli esercizi di valutazione dell’adeguatezza patrimoniale”. Così la Consob torna a invocare unaseparazione in nuce tra banca commerciale e banca di investimento, che “oltre a ridurre i rischi di contagio e di crisi di natura sistemica, renderebbe più trasparente e meno discriminatorio il processo di valutazione dell’adeguatezza patrimoniale dei sistemi bancari”.