Gli chiedono di cambiare casa, di andare a vivere magari in un palazzo già abitato da altri magistrati, in modo da “evitare un doppio disagio per tanta gente per bene”. Il motivo? Nel pressi dello stabile abitato da Maurizio Agnello, pm della Dda di Palermo, è difficile trovare parcheggio, a causa delle misure di sicurezza adottate dalla scorta del magistrato.

È questa l’assurda richiesta contenuta da una lettere anonima, recapitata direttamente nella cassetta della posta del sostituto procuratore. “Perché noi condomini dobbiamo avere limitazioni di posteggio proprio di fronte il portone e subire ogni giorno l’assalto dei vigili?” si chiede l’oscuro estensore, dicendo di parlare a nome di tutti i condomini di Agnello.

Il pm, che è sotto scorta dopo le pesanti minacce ricevute durante un’indagine sulle mazzette nel settore dell’energia eolica, ha deciso di fare appendere la lettera nell’atrio del condominio, chiedendo all’estensore di farsi pubblicamente avanti. A Palermo, dunque, il nastro della storia torna indietro di almeno un quarto di secolo: erano gli anni 80, i tempi del primo Maxi Processo a Cosa Nostra, quando alcuni condomini di Giovanni Falcone scrissero al Giornale di Sicilia, chiedendo di spostare tutti i magistrati antimafia in un unico stabile, separato dal resto delle abitazioni, in modo da non essere disturbati durante la pennichella pomeridiana dalle sirene delle auto blindate. “Siamo cittadini per bene che pagano le tasse” si definivano all’epoca gli estensori della lettera pubblicata dal Giornale di Sicilia. Più o meno lo stesso linguaggio della “gente per bene” che oggi ha problemi di parcheggio nella zona abitata di Agnello. Sul problema Cosa Nostra invece nessuna parola e nessuna lettera: oggi come venticinque anni fa.

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