Discussioni sui diritti civili e questioni religiose, sociali e nazionali si sono intrecciate ieri sera in Irlanda del Nord quando a Belfast l’assemblea legislativa di una delle nazioni del Regno Unito ha bocciato la legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso. A boicottare il progetto di equiparare, sul fronte dei diritti gay, Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito – dove già il same sex marriage è legge – sono stati soprattutto due partiti unionisti (e quindi pro-Londra), protestanti e maggioritari nell’area, il Democratic unionist party e lo Ulster unionist party. A proporre il matrimonio gay era stato, pochi mesi fa, quasi paradossalmente, proprio Sinn Féin, una delle massime espressioni della componente repubblicana e cattolica del Paese. Ma dalla Chiesa di Roma nei giorni scorsi era arrivato lo stop alla legge, un alt fatto proprio anche dai partiti protestanti, in un intreccio insolito che ha raccolto 43 membri dell’assemblea a favore e a 50 contrari.

Prima del voto, il gruppo dei vescovi cattolici nordirlandesi aveva scritto a ogni parlamentare di Stormont, l’assemblea legislativa alla periferia di Belfast: “Il matrimonio per tutti mette a repentaglio un fondamento chiave del bene comune. Non siamo di fronte a una mera convinzione religiosa, ma anche di fronte a una questione logica. Tutti, religiosi e non religiosi, sanno che la famiglia è quella basata su una donna e su un uomo, che è il posto ideale per un bambino. Questo è un mattone fondamentale della nostra società”. La lettera, secondo il Guardian redatta anche dal cardinale e leader dei cattolici irlandesi Sean Brady – molto criticato da più parti e accusato di aver coperto in passato lo scandalo della pedofilia nella gerarchia ecclesiastica che ha funestato l’isola – prosegue: “Promuovere il matrimonio per tutti significa che lo Stato fa un passo indietro e smette di suggerire un ambiente di famiglia ideale alla crescita dei figli. Come Papa Francesco ha detto recentemente, dobbiamo riaffermare il diritto dei bambini di crescere in una famiglia con un padre e una madre che possano consentire loro sviluppo e maturità emozionale”. 

I partiti unionisti, tuttavia, ancora prima del voto e delle pressioni ufficiali della Chiesa cattolica, avevano imposto una clausola, la cosiddetta petition of concern, che viene usata in Irlanda del Nord ogni volta che un disegno di legge rischia di mettere a repentaglio la difficile convivenza fra le due comunità, cattolica e protestante. Quando questa clausola viene imposta, per far passare una legge occorre la maggioranza dei voti in entrambe le formazioni, al fine di evitare la prevaricazione di una parte – politica, religiosa e sociale – su un’altra. Così è stato per la legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, e poco importa che a Londra e in Inghilterra e Galles le celebrazioni siano cominciate lo scorso 29 marzo – con centinaia di matrimoni nelle prime settimane, anche nelle chiese, come consente la legge – e che in Scozia diventino possibili dalla fine del 2014, con una legge già approvata a febbraio. L’Irlanda del Nord rimane l’ultima terra del Regno Unito a non consentire la storica conquista delle associazioni britanniche di gay e lesbiche. Le quali, tuttavia, ora sperano nelle cause da portare avanti nei tribunali per l’equiparazione dei diritti fra persone che, pur abitando nello stesso paese, al momento si trovano separate da una linea d’ombra. L’Irlanda repubblicana ha annunciato un referendum nel 2015, con molti sondaggi che, al momento, danno molto probabile l’approvazione del matrimonio gay a Dublino. Con la possibilità, quindi, che a sud – dove persino l’aborto era praticamente vietato fino alla nuova, recente legge che lo consente a certe condizioni – ci si ritrovi, da un giorno all’altro, con leggi più di stampo europeo rispetto al nord dei sudditi di sua maestà. 

Intanto, a supportare le associazioni Lgbt dell’Irlanda del Nord ci sono anche gruppi di protestanti anglicani. Come Changing Attitude Ireland, un sottogruppo della Chiesa anglicana d’Irlanda. Contattato da ilfattoquotidiano.it, il gruppo ha commentato: “Non si può negare a una coppia di gay o di lesbiche il matrimonio, perché questo significa sostenere che la loro relazione sia inferiore rispetto a quella fra eterosessuali e deprecabile in sé. Noi – continua il movimento – crediamo che questa sia una consuetudine culturale piuttosto che un comandamento divino. Noi supportiamo l’uguaglianza nel matrimonio non a dispetto della nostra fede, ma proprio per essa, perché crediamo che il matrimonio e una relazione stabile siano fra le fondamenta di questa società”.