Costi per quasi 180 milioni di euro per produrre appena 150 milioni di euro con perdite di oltre 26 milioni di euro, ricavi finanziari – ovvero dovuti alla lentezza nella ripartizione degli incassi – per oltre 34 milioni di euro e oltre dieci milioni di euro, a titolo di “rimborso costi di gestione”, incassati nella sciagurata ipotesi in cui il ministro Franceschini firmasse il testo del decreto sul famigerato equo compenso per copia privata nella versione messa a punto – in barba a qualsiasi pudore prima ancora che a qualsiasi regola giuridica – dalla direzione generale della Siae.

Neppure questi sono numeri da giocare a lotto ma sono quelli del bilancio preventivo, relativo all’esercizio 2014, della società italiana autori ed editori, uno dei pochi monopolisti al mondo che vive costantemente sull’orlo del fallimento e che si regge su gambe di argilla formate da ricavi finanziari che se distribuisse in modo efficace quanto incassa non avrebbe e sulla fornitura di servizi all’Agenzia delle entrate che nulla hanno a che vedere con il diritto d’autore.

Ed è inutile e poco rispettoso, alla ricerca semplicemente della “battuta facile”, scomodare un uomo – prima che un campione – come Michael Schumacher che lotta, da mesi, tra la vita e la morte.

Verrebbe voglia di rispondere così al post pubblicato ieri sulle colonne di questo giornale dal Consigliere di gestione della Siae, Avvocato Domenico Luca Scordino.

Una reazione scomposta alla circostanza che, sin qui – giustamente – il ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini si sia rifiutato di trasformarsi nel “notaio” della Siae, firmando, su carta intestata della Repubblica italiana, un provvedimento integralmente concepito in casa Siae e nell’interesse esclusivo di quest’ultima e di una parte – peraltro minoritaria – dei soggetti che rappresenta.

Apriti cielo.

Per Siae la circostanza deve aver rappresentato un insopportabile affronto, quasi una “lesa maestà”.

E la conferma arriva proprio dall’avv. Scordino, che sotto la sigla collettiva dei “creativi italiani in difesa del diritto d’autore” – quasi che la tutela della creatività fosse appannaggio esclusivo della Siae e dei suoi adepti – firma un post nel quale, sostanzialmente, riduce la questione della determinazione delle tariffe dell’equo compenso da copia privata alla circostanza che giacché l’industria degli smartphone è prospera e florida, sarebbe giusto ed equo chiedere ai produttori di versare decine di milioni di euro nelle casse della Siae perché li ripartisca – peraltro secondo inaccessibili criteri – al netto di una cospicua percentuale destinata direttamente ai propri forzieri bucati.

Nessuna sorpresa.

Nelle scorse settimane, infatti, su “VivaVerdi” – organo ufficiale di stampa della Siae – è stato pubblicato un pezzo nel quale si definiscono “questioni di lana caprina” e “sottili distinguo” le perplessità avanzate da molti in relazione alle mutate abitudini di consumo di musica e film ed al conseguente sensibile calo del numero di copie private effettuate dai consumatori italiani.

Si tratta, peraltro, di un mutamento delle abitudini di consumo che, nei giorni scorsi, ha trovato insuperabile conferma in una ricerca di mercato commissionata proprio dal Ministero dei beni e delle attività culturali, all’epoca guidato da Massimo Bray.

Ma per la Siae che i consumatori italiani non facciano più copie private di musica e film non conta.

Quello che conta – nonostante la legge alla quale il ministro è chiamato a dare attuazione dica una cosa diversa – è che smartphone e tablet vengano comunque utilizzati per ascoltare musica e guardare film.

Una posizione piccola, piccola e priva di ogni fondamento giuridico che viene ben spiegata nel pezzo apparso su VivaVerdi: “Questi sottili distinguo [n.d.r. quelli relativi al fatto che i consumatori italiani non facciano più copie private] non centrano il cuore del problema che ha invece una rilevanza culturale e sociale molto più ampia. Tutti gli strumenti tecnologici idonei alla comunicazione sono funzionali per loro natura alla diffusione e fruizione di opere creative a prescindere dalle modalità che sono (o che saranno) utilizzate.”.

Semplice no? Se Apple, Samsung, Google e gli altri demoni che popolano gli incubi della Siae diventano ricchi anche grazie a musica e film è giusto renderli destinatari di un salasso senza preoccuparsi del fatto che sia equo o iniquo, legale o illegale né che alla fine, naturalmente, a pagarlo saranno i consumatori italiani.

E’ in questo passaggio che la posizione della Siae lascia senza parole e diviene insostenibile.

Ovviamente è legittimo chiedere al Parlamento di varare una nuova tassa da far pagare a chiunque produca dispositivi e supporti idonei a consentire di ascoltare musica o guardarsi un bel film ma una tassa del genere non avrebbe, altrettanto ovviamente, nulla a che vedere con l’equo compenso da copia privata previsto dalla disciplina europea e da quella italiana.

Ed è difficile credere che questo, in Siae, non lo sappiano.

Le sorti della creatività e della cultura sono care a tutti – e non solo al management della Siae – ma difenderle non legittima nessuno a violare le leggi o a piegarle a proprio uso e consumo.