Per le stragi italiane, il principio di non contraddizione non vale. Sono infatti vere due affermazioni contraddittorie: “non sappiamo niente”; e “non c’è niente da sapere”. Non sappiamo niente, perché le stragi (150 i morti, oltre 600 i feriti) non hanno colpevoli certi e condannati, tranne Bologna e Peteano.

Ma non c’è niente da sapere, perché ormai le migliaia di pagine dei documenti processuali hanno accertato la verità sostanziale: le bombe, da piazza Fontana (1969) a Bologna (1980) le hanno messe i gruppi neofascisti, nel quadro della guerra “a bassa intensità” (ufficialmente “contro il comunismo”, di fatto contro la democrazia) pianificata dai servizi segreti italiani e dagli alleati occidentali che dovevano tenere a ogni costo l’Italia dentro il quadro geopolitico dell’Occidente. Anche a costo di fare, o lasciar fare, tante “operazioni sporche”, le covered operations che contrappuntano ogni low intensity war.

Non c’è infatti strage, non c’è inchiesta, non c’è processo in cui non siano emersi depistaggi di apparati dello Stato, testimoni sottratti, prove inquinate. “Ci avete sconfitti, ma sappiamo chi siete”, ripete uno dei tanti magistrati che hanno indagato sull’eversione italiana, Libero Mancuso. È utile, allora, togliere il segreto di Stato sulle stragi? Le cose da sapere sono ancora molte, moltissime. Ma il segreto non c’è, non può essere opposto alla magistratura su fatti di stragi e di eversione dell’ordine democratico. Gli apparati di Stato si sono “difesi ” in altro modo: disperdendo documenti, distruggendoli, decontestualizzandoli. O nascondendoli con altri pretesti. Anche su un grave reato come il sequestro di persona non è opponibile il segreto di Stato, eppure i (presunti) responsabili italiani del sequestro di Abu Omar sono stati salvati dal segreto di Stato, avallato da quattro presidenti del Consiglio (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta).

Di che cosa parla, allora, il nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi? Promette la più grande declassificazione di documenti della storia repubblicana. Ma questa è già contenuta nella legge sui servizi segreti del 2007, mai realizzata perché mai sono stati completati i decreti attuativi. Sarà realizzata ora? Speriamo. Quando sarà fatto? Con che tempi? E soprattutto: da chi? Durante le indagini sulla rete Stay Behind (Gladio), l’intero archivio su quella pianificazione segreta fu posto sotto sequestro dai magistrati che indagavano. Ma a custodire l’archivio sequestrato fu posto il Sismi, lo stesso servizio che aveva formato e gestito (insieme alla Cia) Gladio. Il risultato fu che ai magistrati fu fatto vedere quello che il Sismi voleva. Dev’essere un’autorità terza a gestire la desecretazione se vogliamo sperare di scoprire qualcosa di nuovo negli archivi.

Quali, quanti e dove sono gli archivi (compreso quello dell’Arma dei Carabinieri) con i depositi da declassificare? Non c’è un elenco, non c’è una mappa: è questo il vero mistero italiano. Inoltre l’attività degli apparati di sicurezza italiani è stata spesso sviluppata fianco a fianco dei servizi dei Paesi alleati, oppure sotto l’ombrello Nato. Un buon motivo per mantenere il segreto, con l’argomento che non è possibile decidere per conto della Nato, o della Cia o del Mossad. Scettici, dunque, gli esperti di intelligence. Non si aspettano grandi rivelazioni dalla grande desecretazione di Matteo Renzi e Marco Minniti. È già tutto scritto in libri di specialisti come Giuseppe De Lutiis o Aldo Giannuli. Ma molto altro dovrebbe essere reso pubblico perché, come diceva Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro”.

@gbarbacetto

il Fatto Quotidiano, 28 Aprile 2014