Nell’era dei droni è stato un raduno memorabile. La Cnn ha parlato del più grande assembramento di terroristi islamici negli ultimi 10 anni. E la Cia, a quanto pare, non ne sapeva nulla. La scena ha ricordato quella di un famoso filmato di Osama attorniato dai fedelissimi in Afghanistan. Nasir al Wuhayshi si è rivolto ai suoi seguaci parlando a cielo aperto, senza mostrare il men che minimo timore di essere colpito.

Non è la prima volta che il capo di Al Qaeda nella Penisola arabica elude le forze americane. Era accaduto anche ad agosto, quando le agenzie di intelligence statunitensi intercettarono una sua conference call senza riuscire a localizzarlo. Quella chiamata celava una riunione virtuale del consiglio qaedista. Connessi c’erano almeno una ventina di uomini del terrore, alti funzionari dell’organizzazione, tra cui anche il leader Ayman al Zawahiri. Poche ore dopo, Washington ordinava la chiusura delle sue ambasciate in 22 Paesi diversi.

Anche noto come Abu-Bashir, al Wuhayshi è stato uno dei più stretti collaboratori di Osama bin Laden fin dai primi anni della guerriglia talebana. Il suo segretario personale – come lo hanno descritto in molti – dalla presa qaedista di Kandahar, intorno ai primi anni ’90. Oggi è uno dei dirigenti più importanti della realtà estremista islamica.

Il suo curriculum prende forma quando entra nel campo di Tarnak Farms, una sorta di arena per uomini duri dove centinaia di tirocinanti jihadisti fino al 2001 sono stati esercitati al martirio. E’ li che al Wuhayshi cementifica il suo legame con lo “Sceicco del terrore”: lo incontra puntualmente, i due scambiano lunghe e intense chiacchierate, progettano insieme l’11 settembre. Almeno questo è quello che ha raccontato, in un suo libro di memorie pubblicato nove anni più tardi Nasser al Bahri, una delle ex guardie del corpo di al Wuhayshi.

Le loro strade si separano nel bel mezzo della battaglia di Tora Bora. Sotto la pioggia delle bombe americane Bin Laden e al Zawahiri sono costretti alla fuga e trovano rifugio in Pakistan, mentre al Wuhayshi si reca in Iran insieme ad altri guerriglieri dove riceve assistenza dai sunniti del Baluchistan, un’area allora adibita allo smistamento “sicuro” dei mujaheddin in altri Paesi del Golfo. Vi soggiorna per due anni, prima di essere estradato e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Sana’a.

In cella diventa una sorta di guida spirituale per tutti gli altri militanti qaedisti, tanto da progettare una maxi-evasione nel febbraio del 2006 rimasta alla storia. Insieme ad altri 22 detenuti piccona il seminterrato della prigione scavando un tunnel lungo centinaia di metri; sovrasta il rumore delle pale ordinando agli altri di recitare ad alta voce i passi del Corano; libera i suoi compagni e li conduce a una moschea situata nei paraggi.

Un colpo che lo promuove al vertice delle operazioni di Al Qaeda nello Yemen. Nel 2011, a seguito del blitz di Abbottabad e dell’uccisione di Osama bin Laden, si spende fortemente per la nomina di al Zawahiri alla guida dell’organizzazione. Il suo attivismo “politico” gli vale il grado di “Ma’sul al Amm”, che in arabo si traduce in “direttore generale”. Un riconoscimento che giunge proprio in occasione della conference call tenuta in gran segreto il settembre scorso. Ciò significa che oggi al Wuhayshi è in grado di richiamare all’ordine tutte le cellule affiliate ad Al Qaeda nel mondo.
Il che, guardando alla facilità con cui è riuscito di recente a riunire decine di jihadisti nello Yemen, solleva due riflessioni: o la Cia sapeva e non ha voluto colpire; oppure a Langley passano il tempo a pettinare le bambole. Perché se è vero che per i droni è comunque dura scovare i bersagli visto che gran parte delle incursioni sono favorite dalla presenza di informatori, “l’occasione mancata” – come l’hanno titolata a Washington – sembra quasi imperdonabile.