Un cittadino americano legato ad Al Qaeda sta per essere ucciso in qualche parte del mondo ma una serie di problemi legali impediscono al drone che lo segue di lanciare il missile fatale. La notizia, diffusa per prima da Associated Press, è stata confermata dal Dipartimento alla Difesa Usa, che precisa che il presunto terrorista si sarebbe reso responsabile di una serie di attacchi contro persone e interessi statunitensi nel mondo – e che altri ne starebbe pianificando. L’uomo si trova in un Paese imprecisato, che non riconosce il diritto all’intervento armato degli Stati Uniti sul suo territorio. Cia, Pentagono e Dipartimento alla Giustizia stanno cercando di offrire alla Casa Bianca le basi legali per l’assassinio; ma l’operazione, almeno per ora, sembrerebbe piuttosto complicata.

La storia dell’anonimo militante di Al Qaeda è un esempio perfetto delle difficoltà e dei vicoli ciechi in cui la politica anti-terrorismo americana si è cacciata. Pressato dalle proteste della comunità internazionale e dei gruppi per i diritti umani e civili, Barack Obama lo scorso maggio ridisegnò la strategia relativa all’uso dei droni nella war on terror. La forza letale, disse il presidente, “potrà essere utilizzata soltanto per prevenire o bloccare attacchi contro cittadini americani, e anche in quel caso, soltanto quando la cattura non è possibile e non esiste alternativa efficace”.

Nel tentativo di rendere più trasparente l’intero processo, il presidente proclamò l’intenzione di trasferire la gestione degli assassini dalla Cia all’esercito. Nemmeno un anno dopo, le buone intenzioni sono alla prova dei fatti. Se la “pericolosità” del presunto terrorista sembra provata, almeno a prestar fede alle dichiarazioni non ufficiali di esponenti del Pentagono, a complicare la questione arriva il fatto che il target da eliminare è un cittadino statunitense. Già nel passato cinque cittadini Usa accusati di aver legami con Al QaedaAnwar al-Awlaki e il figlio sedicenne – furono uccisi con attacchi droni nello Yemen, senza processo e sollevando una tempesta di accuse nei confronti di Obama e della sua amministrazione.

Nel nuovo episodio la Casa Bianca preferisce procedere con maggiore prudenza e quindi il Dipartimento alla Giustizia sta lavorando per dare a Obama le basi legali – in accordo con la Costituzione e la legge internazionale – per intervenire ed eliminare l’obiettivo. Il problema è che il processo di revisione degli avvocati del governo è ancora in corso e il drone, che continua a seguire il militante, non può sferrare l’attacco finale. Il Pentagono, per giustificare la necessità di metodi così estremi, sostiene che non ci sono altri modi per bloccare la minaccia. Il presunto terrorista si troverebbe in un’area protetta, inaccessibile ai militari Usa, in uno Stato che non permetterebbe mai l’intervento straniero sul suo territorio. Lo stallo legale in cui tutto il processo è precipitato ha comunque nelle ultime ore ridato fiato a dubbi e polemiche. Da un lato i repubblicani mettono sotto accusa la “debolezza” di Obama, che starebbe mettendo a rischio la sicurezza nazionale e l’intera lotta al terrorismo.

Secondo Mike Rogers, repubblicano a capo della Commissione Intelligence della Camera, il limite che Obama si è autoimposto “garantisce l’impunità a una serie di sospetti e mette a rischio le vite degli americani”. Sul fronte opposto si trovano invece molti di quei gruppi per i diritti civili che da sempre contestano la war on terror. Di “mancanza di trasparenza” parla Hina Shamsi, direttore dell’American Civil Liberties Union (ACLU). Altri, tra cui Sarah Knuckey, consulente legale dell’Onu, mettono in evidenza un altro paradosso. Anche nell’eventualità in cui il Dipartimento alla Giustizia Usa offrisse a Obama le “basi legali” per uccidere il presunto militante, il pubblico, americano e mondiale, non conoscerà mai quelle motivazioni. L’attuale amministrazione si è infatti sempre rifiutata di rendere pubblici i memos del Dipartimento alla Giustizia che definiscono le linee guida degli omicidi mirati. Soltanto alcuni deputati e senatori ne sono stati informati. Il resto degli americani, e del mondo, deve accontentarsi delle assicurazioni dell’amministrazione che “tutto è stato gestito secondo la legge”.