È una terra a cui sono affezionato per ragioni familiari. Ci vivo pochi mesi all’anno. La mia sensazione è sempre la stessa: un grande popolo, laborioso, generoso che non riesce a cacciare via una grigiastra cricca di politiconzoli. Scrivo della Basilicata, di una grande terra dal sapore antico, dalle tradizioni che magicamente sono passato, presente e soprattutto futuro, dell’orgoglio identitario di gente che sa soffrire con dignità e stoppa le chiacchiere recitando al momento giusto il proverbio di chi ha già vissuto. È una semplicità disarmante che ti riempie la vita, ma allo stesso tempo è una tremenda condanna che fa scappare via, lontano. Sono almeno due le generazioni che sono state costrette a lasciare la terra lucana. Ci si laurea da Napoli in su e poi strada facendo si piantano le radici all’altrove.

La Basilicata è il luogo dell’allontanamento e del breve ritorno. È diventato un brutto presepe di cartapesta in mano ai soliti noti. Dicono che se in Campania c’è la camorra, in Calabria c’è la ‘ndrangheta, in Puglia c’è la Sacra Corona Unita, ecco in Basilicata c’è la politica. Se i ghiacciai della politica prima o poi sciogliendosi creano affluenti e fiumi, in terra lucana non accade mai nulla. Da queste parti le campagne elettorali neppure si fanno più. Perché stampare manifesti, bigliettini e aprire comitati elettorali non serve a niente. Si decide prima tutto. Qui il consenso – per lo più da chi ha avuto il posto di lavoro e chi spera di averlo – va verso i soliti cognomi, i mammasantissimi. Ne sono testimone.

La più famosa Dynasty familiare lucana porta impresso il cognome: Pittella. È una sacra famiglia al cui vertice “politico” c’è e sempre ci sarà il grande patriarca Domenico detto Mimmì Pittella. Un arzillo ottantenne che sembra un Silvio Berlusconi ante litteram. Medico condotto, fondatore di una famosa clinica, senatore, leader popolare, latin lover ma più che altro arrestato, scarcerato, latitante, condannato in modo definitivo e poi graziato dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il mio amico e collega Giuseppe Petrocelli da tempo battaglia e non riesce a pubblicare un libro che narri le “gesta di eroi” di questa potente famiglia di Lauria. Un cognome che ha dentro di se due nomi Gianni e Marcello, i figli “politici”, entrambi del Pd, di don Mimmì. Nonostante Marcello, nella scorsa consiliatura regionale dimissionaria fosse indagato (si attende a giorni la decisione dei giudici sul rinvio a giudizio), nulla ha impedito che rovesciasse il tavolo, si candidasse alle primarie e poi diventasse il nuovo presidente della Regione Basilicata.

Quando si tratta di un Pittella, non c’è regolamento che tiene. Tanto è vero che per far candidare Gianni per la quarta volta al Parlamento Europeo, il Pd ha dovuto approvare in direzione nazionale una deroga. Insomma in Basilicata il “Cambia verso” di Matteo Renzi non vale, qui il verso è sempre lo stesso. Un potere capillare, radicato, clientelare che ha i propri centri nevralgici nella pubblica amministrazione in particolare nel comparto della sanità, negli eterni lavori della Salerno-Reggio Calabria, nei piccoli cantieri, nel settore dei rifiuti e nella creazione a tavolino di progetti, iniziative che hanno solo la finalità di dare la sensazione che qualcosa si muovi con l’inevitabile sperpero di denaro pubblico. Basti pensare alla devastazione del territorio in Val d’Agri e a ridosso del parco del Pollino con l’affaire giacimenti di petrolio e del buco delle scarse royalty impiegate per lo più nel rifacimento degli assi viari distrutti dalle stesse cisterne che trasporto il greggio.

È una classe politica marcia che drena consenso sulla disperazione della gente e sullo svuotamento della parola futuro. Dinosauri e compari piazzano nomi di comodo come in un’eterna partita a scacchi. La cabina elettorale è una formalità. È un sistema dove tutto s’impasta. Perfino Beppe Grillo ha dovuto alzare bandiera bianca. Il Pd ha grosse responsabilità. È il partito che per decenni ha “governato” la Basilicata. Neppure Matteo Renzi è riuscito a scardinare quelle radicate rendite di posizione. È la prova di un fallimento. Ascoltatelo nel corso del suo tour elettorale, Gianni Pittella fa accapponare la pelle e nulla c’entra la parlata. È intervenuto a Potenza a “Prima Persona”, i suoi circoli sparsi per la Basilicata, sembrava di vedere nella sua fisionomia il volto di un Antonio Gava, l’ex ministro dell’Interno, l’uomo forte della Dc in Campania. E Pittella alla domanda più piccata, “se si sente responsabile del disastro lucano” risponde accigliato: “Parlo solo d’Europa”.