Che cosa hanno in comune il venditore ambulante che è stato ammanettato venerdì scorso in pieno centro a Roma e l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi? Sono entrambi degli evasori fiscali. Il primo presunto, almeno fino a sentenza definitiva, il secondo conclamato, irrevocabilmente.

Eppure l’uno è stato ammanettato e portato in cella, perché vendeva borse contraffatte, senza licenza e senza rilasciare scontrino fiscale, l’altro invece, che ha evaso imposte per milioni di euro, non ha mai provato il morso gelido delle manette né tantomeno varcato la soglia di un carcere, neppure per dovere istituzionale.

C’è pure un altro aspetto che accomuna questi due soggetti così profondamente diversi: entrambi vengono scortati da uno stuolo di agenti di polizia. L’inerme extracomunitario perché ritenuto pericoloso per l’incolumità dei passanti, non se ne vede altra ragione, il potente politico in quanto sono i passanti a rappresentare un pericolo per la sua incolumità, non potrebbe essere altrimenti.

È mai possibile che un povero cristo venga trattato alla stregua di un pericoloso criminale, mentre un pregiudicato ha ancora diritto ad una scorta pagata col denaro dei contribuenti cui lo ha sottratto?Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”, si compiaceva di affermare Berlusconi quand’era al governo, ed intanto ci frugava nelle tasche per derubarci degli ultimi spiccioli.

Questa sconcertante disparità di trattamento non può essere certamente dovuta al fatto che il primo è un inerme extracomunitario di colore che a malapena troverà un difensore d’ufficio, mentre il secondo è un ipergarantito miliardario prestato alla politica che, giusto per averli sempre a portata di mano, ha fatto eleggere in parlamento i propri avvocati.

L’art. 3 della Costituzione sancisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e l’art. 13 definisce “inviolabile” la libertà personale, ammettendo solo in subordine l’adozione motivata di provvedimenti di carattere restrittivo, e in ogni caso punisce “ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.

Nei casi in questione nessun abuso è stato commesso, ci mancherebbe altro, è la Legge, dura lex sed lex. Le Forze dell’Ordine la applicano con scrupolo e rigore, i Magistrati la amministrano con saggezza ed equità. Eppure, chissà perché, in tutto questo si avverte una sgradevole stonatura, un amaro sapore in bocca. Ma nel deprecare queste vicende incomprensibili lo sdegno dei benpensanti è fugace come una folata di vento che solleva un po’ di foglie, una nuvola di polvere e ben presto s’acquieta. Di quello sconosciuto extracomunitario in manette immortalato sulla via del carcere dalle foto pubblicate su Repubblica.it non sentiremo probabilmente più parlare, delle prodezze di Berlusconi continueremo purtroppo ad essere informati con dovizia di dettagli.

Summum ius summa iniuria, recita la celebre sentenza di Cicerone, avvocato come pochi, che poi ne spiega meglio il senso:“Devono essere rispettati certi doveri anche verso coloro che ci abbiano offesi. V’è infatti una misura nella vendetta e nel castigo”. Parole di una saggezza dimenticata, che diede vita al diritto romano dal quale i nostri Codici hanno tratto ispirazione, con quale profitto lo vediamo nei fatti di tutti giorni.