È indubbio che con gli animali accada quello che succede con le persone. Alcuni ci piacciono e ci stanno simpatici, altri meno, di altri non ci importa nulla e alcuni proprio non li sopportiamo. E anche per gli animali, come per gli uomini, il fattore estetico, il “look” ha il suo peso. Quanto più sono belli e dolci, più hanno chance di fare breccia nel cuore della gente. Al top stanno naturalmente i cuccioli di cane e gatto. Belli, da riempire di coccole quando sono piccoli, per poi magari abbandonarli quando crescono e si realizza che non sono peluche: se non fosse così centinaia di migliaia di cani non affollerebbero i canili italiani.

Ma, per restare a una valutazione di “look”, anche tra gli animali “da allevamento”, generalmente poco o per nulla considerati (quanta gente conoscete che vi ha detto: ma che bella questa gallina! Che dolce questo maiale!), vi sono delle “star”: gli agnelli. E quindi, come ogni anno, avvicinandosi la Pasqua, si moltiplicano da ogni parte gli appelli a non consumare la loro carne. Come si fa a mangiare un cucciolo? Tanto dolce e morbido? E come non restare commossi da quegli occhioni dolci e indifesi?

Chi scrive è vegetariana da molti anni e può ben capire questo tipo di emozioni. Inoltre, personalmente ritengo che non sia moralmente giustificabile festeggiare a danno di altri esseri viventi. Mi sono sempre detta: anche se non fossi vegetariana, lo sarei per principio durante le feste comandate. Tuttavia, se mi fermo a riflettere su questo “sdegno” contro il consumo di carne di agnello, c’è qualcosa che non mi torna.

Come in altri paesi di Europa, anche gli agnelli allevati in Italia (tra i quattro e i cinque milioni) sono generalmente tenuti liberi al pascolo. Hanno una vita molto breve, è vero (tre-quattro mesi), ma quel poco che vivono è decente. Tuttavia, come dicevo, una parte sempre più crescente dell’opinione pubblica insorge sull’uccisione di animali così giovani. Quello che però stupisce è che la stessa cosa non avvenga per la macellazione, dopo soli 42 giorni, di oltre 450 milioni di polli da carne (solo per dare la cifra italiana), che vengono consumati nella più assoluta “ovvietà”, senza che lacrima si spenda per le loro tanto brevi quanto orribili vite, accalcati gli uni su gli altri (si parla anche di 23 polli per metro quadrato) in capannoni chiusi, senza luce naturale e neppure un filo di paglia. Nel caso dei polli da carne si tratta veramente di “pulcini mostro”, prigionieri dei loro corpi geneticamente programmati per crescere così in fretta che la morte sopraggiungerebbe comunque, anche se non fossero abbattuti. È tra l’altro interessante che, mentre in inglese i polli siano definiti “birds”, quindi uccelli, alcune lingue neolatine, tra cui la nostra, li bollino come “volatili”, privandoli anche della dignità di uccello e declassandoli in questo modo in una infima serie D degli animali alati.

E che dire dei 175 milioni di conigli di cui l’Italia è il primo produttore in Europa, macellati anch’essi alla stessa età degli agnelli (se non prima), ma dopo avere passato la loro vita ammassati in un’angusta gabbia di batteria, con il pavimento in rete, senza avere mai potuto correre o saltare? Vita breve contro vita breve, quella degli agnelli, con accesso al pascolo esterno, è in genere senza dubbio migliore. Auspicherei pertanto che si levassero voci che, invece di invocare un miglior trattamento solo per questa o quella specie di animali, chiedessero un minimo comune denominatore per tutti gli animali allevati per produrre cibo, ovvero l’avere almeno una vita degna di essere vissuta, il che significa non essere allevati intensivamente.

Che si diffonda l’allevamento all’aperto e che il minimo non negoziabile sia l’allevamento “estensivo” al coperto, con minore densità di allevamento, arricchimenti ambientali e luce naturale. Che sparisca qualsiasi forma di gabbia. Che gli animali non vengano più mutilati a scopo produttivo. Che quelle cosiddette “prelibatezze”, quali foie gras e castrato, spariscano del tutto dalla tavola degli italiani. Ma torniamo all’agnello. Tutto a posto, dunque: chi ne consuma la carne può essere certo che abbiano avuto una buona vita? Negativo: una parte consistente degli agnelli la cui carne viene venduta in Italia vengono importati vivi per essere macellati dai paesi dell’Est o dalla Spagna. Trasporti a lunga distanza, dunque, che causano gravi sofferenze agli animali. Inoltre anche di recente sono stati documentati nel nostro paese pesanti abusi al momento della macellazione. Ancora una volta le leggi di protezione animale infrante in Italia, dunque. Sembra che ci siamo abbonati.