Far clonare il proprio amico a quattro zampe per renderlo “immortale” è una scelta egoistica; pensare di sostituirlo con un “surrogato” – passatemi il termine – non è assolutamente un atto di amore. Sono in un momento delicato, in quanto ho perso Milito il mio compagno-gatto da meno di due settimane; dovrei, dunque, capire l’emotività che gioca sicuramente un ruolo fondamentale su una scelta del genere, soprattutto nelle persone che nella vita sono sole e hanno un solo affetto, quello del proprio animale. Il vuoto che ha lasciato Milito nella mia vita è incolmabile tanto da non trovare l’energia e la voglia per dedicarmi in questi giorni alle cose che abitualmente svolgo. Solo questa mattina ho trovato la forza di sedermi davanti al notebook, consapevole che non arriverà più a sdraiarsi tra me e il pc per dormire tranquillo tra le mie braccia, mentre scrivo. Anche quando ho realizzato che stavamo condividendo le ultime ore insieme, sussurandogli faccia a muso, occhi negli occhi, “non voglio perderti”, bene, anche in quei momenti non ho mai pensato di poterlo clonare, perché Milito, come qualsiasi altro animale, è unico.

Dopo aver letto la notizia di Mini Winnie, nato in provetta dal Dna del suo donatore, Winnie, il bassotto di 12 anni di Rebecca Smith, la quale ha commissionato la Sooam Biotech Research Foundation per la clonazione, mi sono soffermata a riflettere su quanto sia inaccettabile tale scelta. Non posso che essere d’accordo con Michela Kuan, responsabile Lav settore Vivisezione, la quale ha dichiarato che “l’idea di ordinare la nascita di cani (o gatti o altri animali) come oggetti è ripugnante sia dal punto di vista etico che scientifico. L’indice di fallimento per gli esperimenti di clonazione rimane altissimo, quindi anche in questo caso l’esperimento prevede lo sfruttamento e la sofferenza di animali, che vengono usati come bacini di produzione di animali-copia; inoltre, l’essere vivente è il frutto di varie componenti e quella genetica ne rappresenta al massimo il 50%: è impensabile ottenere una copia identica dell’individuo che ci è stato vicino per anni perché, come dice la parola stessa, è unico”.

La storia di Mini Winnie non è un caso isolato; la società coreana ha già prodotto i cloni di circa 500 cani, con un procedimento che costa circa 60 mila sterline. Un enorme business, non c’è che dire, incentivato da tutti coloro che si definiscono amanti degli animali pronti ad alimentare gli interessi di laboratori come la Sooam Biotech pur di clonare il proprio animale. Il ricorso alla clonazione è ancora più grave se pensiamo ai canili e ai gattili affollati; animali che invecchiano dentro le gabbie umide senza aver mai assaporato la libertà, che qualche volta non hanno un pasto perché i fondi sono sempre troppo pochi per tutelarli tutti, che scoprono l’amore grazie ai volontari, i quali cercano di trasformare la loro prigionia in “attesa”.

Credo che esistano diversi spunti etici su cui soffermarsi sul perché sia sbagliato clonare il proprio compagno a quattro zampe, tra cui anche la non accettazione della morte come evento naturale, ma esistono anche motivazioni scientifiche, non meno interessanti e importanti. La Lav dichiara, infatti, che “gli esperimenti di clonazione hanno un’elevata percentuale di insuccesso e determinano chissà quanti embrioni, feti e cloni malati e poi soppressi, dei quali però non viene data notizia. Uno studio, pubblicato anche sulla rivista New Scientist, basato su dati Infigen, una multinazionale clonatrice, e su studi di Atsuo Ogura del National Institute of Infectious Diseases di Tokyo, afferma che “il 75% degli embrioni animali clonati muore entro i primi 2 mesi di gravidanza e comunque il 25% nasce morto o con deformità incompatibili con la vita. Da cento cellule di partenza mediamente una sola diverrà un animale “adulto e sano”. Gli individui malformati vengono soppressi alla nascita oppure vengono sottoposti ad eutanasia dopo aver sofferto per un’imprevista malattia. Ecco perché la notizia di tali esperimenti viene resa pubblica solo dopo alcune settimane o mesi dall’evento, ovvero quando l’animale sopravvive almeno alla prima fase della sua esistenza da “creatura da laboratorio”. Le tecniche di clonazione sono ancora molto lontane dall’essere perfettamente collaudate: questo significa perdita di vite animali, fatto che però molti scienziati si guardano bene dal dichiarare pubblicamente”.