Primo e Radu sono disoccupati. In realtà, Primo è stato messo in cassa integrazione da una fabbrica di lavatrici ed elettrodomestici, mentre Radu lavora in nero come muratore.

Si ritrovano ogni settimana in quel posto deserto ma rumoroso ad osservare i vortici attraverso gli oblò, aspettando la fine del movimento.

Molti come loro ormai non si possono permettere una lavatrice in casa e vengono qui a fare il bucato, tra gli sconosciuti. Per forza poi il settore degli elettrodomestici è in crisi. Nella lavanderia a gettoni lavora solo un omino che fa le parole crociate e cambia i soldi. Da qualche giorno, in un angolo sono comparse macchine colorate, più rumorose delle centrifughe. Hanno in comune con le enormi lavatrici solo il buco dove infilare le monete e una specie di oblò dove i minuti girano, girano, girano.

Radu e Primo ci giocano finché il loro bucato è pronto. Non si parlano mai, al massimo qualche frase stanca su quanto hanno perso fino a quel momento. E quando l’oblò si ferma, continuano e dimenticano il bucato finché non hanno speso l’ultima moneta.

Di questo passo non avranno mai messo via abbastanza per comprarsi una lavatrice tutta loro.

Una nota del 4 marzo scorso firmata da un ufficio del Ministero dell’Interno ha chiarito che in Italia è legalmente permesso piazzare slot machine anche nelle lavanderie a gettoni. Non solo i bar e le tabaccherie che siamo ormai abituati a vedere invasi dalle macchinette mangiasoldi, ma in generale qualsiasi esercizio artigiano può tenere le slot, stante il rispetto di determinate condizioni (tra cui la più importante è la presenza di almeno una persona a sorvegliare il locale, come l’omino cambiagettoni della nostra storia).

Alla mangiatoia del guadagno facile ricavato dalla installazione delle macchinette si aggiungono continuamente nuovi commensali, ma sappiamo bene che né baristi né tabaccai né proprietari di piccole lavanderie automatiche (né parrucchiere, né benzinai né gestori di solarium, di autolavaggi…) otterranno le fette grosse della torta. Il banco vince sempre, ma a sua volta è sbancato da una manciata di grandi società concessionarie che si spartiscono gran parte degli utili del business miliardario dell’azzardo, lasciando i pesci piccoli accapigliarsi per le briciole. Di questa rendita indecente una quota modesta viene ceduta allo Stato per ringraziarlo della generosità con cui il legislatore apre continuamente nuove occasioni di profitto a chi chiude fabbriche e apre casinò.

La storiella di Primo e Radu è solo un’altra occasione per renderci urgentemente conto che la cosiddetta “razionalità economica” mossa dagli interessi privati diventa facilmente una completa assurdità sociale dal punto di vista della collettività. Tocca ai Primo, tocca ai Radu, staccarsi dalle macchinette, imporre che la razionalità sociale finalmente prevalga sull’assurdità economica. Tocca a loro, che anche quando restano senza gettoni hanno la camicia più pulita dei mafiosi dai colletti bianchi, far saltare il banco.

P.s: Con questo post inauguriamo il nostro blog su Il Fatto Quotidiano.

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Chi, invece, è più tradizionalista e vuole saperne di più, può leggere il nostro libro “Vivere senza slot. Storie sul gioco d’azzardo tra ossessione e resistenza”. Lo presenteremo insieme ai Wu Ming a Bologna il 12 aprile, al Modo Infoshop.