E’ di questi giorni la notizia di un primo, e probabilmente non ultimo, rinvio della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari dal 2014 al 2015. Questa misura, peraltro attesa, si presta a considerazioni rispetto alle istanze “emotive” e alle “fantasie” (in verbo analitico “fantasmi”) collettive che hanno rappresentato il terreno di coltura per le disposizioni di chiusura di ieri e per quelle di proroga di oggi.

Premesso che non possono non essere condivisibili la censura per la fatiscenza delle Istituzioni e la stigmatizzazione di internamenti ad infinitum (le cui responsabilità morali sono in capo a organi dello stato inadempienti), e la disapprovazione per le condizioni di alcuni internati in alcuni Opg (la cui responsabilità, almeno deontologica, è in capo ai professionisti curanti), credo che il motore delle rabbiose e repentine disposizioni di chiusura sia la colpa, figlia del “peccato originale”.

La penultima generazione della “classe dirigente” di politici e psichiatri (i 50-60enni di oggi) porta con sé il fardello del “peccato originale” dell’alienazione del diverso, della allucinazione negativa del folle, ammantando tali antiche prassi di scientificità in ragione della cosiddetta tutela della salute pubblica che vuole il “matto” implicitamente pericoloso e lontano dalla vita comune. Tale “peccato originale” insieme al movimentismo post-sessantottino portò alla chiusura dei manicomi negli anni settanta e oggi, con le medesime frettolose tempistiche, a quella degli Opg. La fine dell’esperienza manicomiale, elemento fondante la moderna psichiatria di comunità e vanto della sanità italiana, è per molti aspetti ancora in corso in una infinita transizione che spesso colloca i pazienti in una terra di mezzo fatta di “privato sociale”, accompagnata spesso da deficit di qualità assistenziale.

Oggi c’è l’occasione di imparare dal passato, non lasciandosi travolgere dalla colpa per un peccato commesso dai propri “padri”, politici o psichiatri che siano, ma la nuova generazione, che ripudia le istituzioni totali e che non le ha mai conosciute, ha il dovere di garantire transizioni certe e percorsi di cura per gli ammalati invisi ed invisibili, libera da elementi emotivi e irrazionali generatori di false e sbrigative soluzioni.

Pertanto, credo che ogni proroga, quando tesa a una ragionata riorganizzazione e non a un acquisto di tempo per mantenere una gattopardesca omeostasi, sia una prassi non solo necessaria ma utile.

di Germano Fiore

Twitter @sunballo