Mentre il Presidente del consiglio, che andrà avanti, per sua definizione come “un rullo compressore”, occupa le tv, tutte, con una media di 4 ore e 52 minuti al giorno dal 17 al 31 marzo (rilevazione Geca Italia), il suo ministro per le riforme Maria Elena Boschi ha “candidamente” affermato che i numeri per l’Italicum e la soppressione del Senato come camera elettiva ci sono comunque, anche senza FI.  

Una dichiarazione con una doppia finalità: da una parte bacchettare ed isolare nuovamente il presidente del Senato Grasso che aveva ritenuto di condividere le critiche argomentate al combinato disposto della riforma elettorale e delle riforme costituzionali da parte “di una minoranza di professori contrari ad ogni cambiamento”. Dall’altra richiamare ai suoi “impegni”, assunti nell’incontro del Nazareno, un Berlusconi ex-tutto, decaduto da senatore come da padrone indiscusso di quell’accozzaglia di appetiti in libertà che è da sempre il suo partito, impegnato nella sceneggiata della questua di una “agibilità politica” oltre ogni tempo massimo e ogni limite di resistenza umana anche di quelli che furono i suoi elettori.

Berlusconi è comprensibilmente “angosciato” dal 10 aprile, il giorno in cui si decide su affidamento ai servizi sociali o domiciliari e anche “dall’abbraccio mortale di Renzi”, secondo il fuorionda tra la Gelmini e Toti  e per questo si scaglia contro “la dittatura giudiziaria della sinistra”, ma non dimentica nemmeno di rilanciare l’elezione diretta del capo dello Stato che ritiene non debba dispiacere nemmeno all’ “homo novus”.

Se come reputa il governo, cioè Matteo Renzi, dalla contabilità di tutti i voti rastrellabili dai cespugli centristi, con annessi i transfughi/espulsi dal M5S e Gal, si arriva ad un totale di 174, sui 158 richiesti per la maggioranza assoluta, l’abolizione della seconda camera elettiva e la sua trasformazione in un nebuloso patchwork di “rappresentanti delle autonomie” e di nominati dal Capo dello Stato sarebbe cosa fatta, ma alla faccia delle tanto strombazzate “riforme condivise”.

Oltre ad essere una sconfessione plateale di tutti gli appelli e moniti presidenziali alla condivisione sui cambiamenti della carta costituzionale con l’opposizione, nel senso di Berlusconi, sarebbe anche una smentita totale dei propositi del Pd a non “ripetere l’errore” della riforma del titolo V.

È fin troppo scontato che Renzi, dopo aver investito con spavalderia tutto sulle sue riforme come conferma la capillare e massiccia propaganda in cui è immerso, non abbia nessun timore del referendum confermativo in mancanza dell’assenso dei 2/3 in ciascuna camera. Ed è altrettanto pacifico che non tema le flebili resistenze interne al Pd e se ne infischi, come ha già ampiamente dichiarato, del ddl di Vannino Chiti, Casson e altri che prevede il dimezzamento di deputati e senatori, ma mantiene il principio dell’elezione per il Senato. Infine un’approvazione con questi numeri renderebbe ancora più rilevanti e fondate le critiche del dileggiato “manipolo dei professoroni” oggetto dell’irrisione renziana e delle aggressioni verbali dei sedicenti liberali forgiati dal craxismo ed esaltati dal berlusconismo.  

Berlusconi, ovviamente, deciderà il da farsi last minute, tanto lui non ha più molto da perdere e di qui all’approvazione definitiva del Senato targato Renzi può ancora cambiare idea almeno una decina di volte. Resta comunque ancora da vedere chi sarà veramente il destinatario “dell’abbraccio mortale” tra il vecchio campione del “ghe pensi mi” e l’astuto “rullo compressore”.