Da un lato c’è lui, Viktor Orban: nazionalista anti-europeista, leader indiscusso del partito populista e conservatore Fidesz. Il premier magiaro in carica dal 2010 sarà riconfermato senza problemi nelle elezioni del 6 aprile, anche grazie alla riforma elettorale maggioritaria e uninominale disegnata a sua immagine e somiglianza. Dall’altro l’opposizione -una coalizione variegata, composta da socialisti, liberali, centristi e verdi- che candida il 39enne socialista Attila Mesterhazy, ma è data per sconfitta. Gli ultimi sondaggi accreditano Orban addirittura al 47% mentre il suo sfidante sarebbe fermo a un misero 20% (con la coalizione comunque sotto il 30%). In gioco c’è il futuro dell’Ungheria, un Paese di quasi 10 milioni di abitanti dove da anni si diffondono pericolose tendenze autoritarie associate ad un rinascente antisemitismo: quello incarnato dal partito di estrema destra Jobbik (una formazione ideologicamente non lontana dalla greca Alba Dorata), che domenica potrebbe volare oltre l’inquietante soglia del 15%.

“Orban rimane forte, ma almeno stavolta l’opposizione ha provato ad unirsi. Certo, la sfida elettorale in un solo round (prima della riforma c’era un sistema a doppio turno, ndr) non aiuta”. Isvan Hegedus, ex parlamentare ungherese, è una delle più autorevoli voci critiche del premier in carica. Militante di Fidesz “quando era un partito conservatore e liberale” negli anni post-sovietici, ne è uscito non appena il partito ha iniziato la virata a destra. Lo abbiamo incontrato a Bruxelles, dove dirige un centro studi sulla politica ungherese, poco prima della partenza alla volta di Budapest. Perché, gli chiediamo, Orban rimane così popolare se ha fatto una legge bavaglio per la stampa, riformato la costituzione a colpi di maggioranza accentrando su di sé moti poteri e messo a rischio l’autonomia della magistratura? “In realtà il Paese è più diviso di quello che si crede, e molta gente è stanca di Orban”. Ma la verità è che manca una vera alternativa. “Molte sono le colpe della coalizione che sfida il premier. Innanzitutto i partiti non hanno una chiara strategia comune, incerti tra competizioni e cooperazione. E poi c’è la corruzione”. Il numero due socialdemocratico Gabor Simon è stato recentemente coinvolto in un grosso scandalo per aver depositato 800.000 euro al fisco depositandoli in una banca austriaca.

Insomma, la domanda non è se Orban sarà riconfermato premier, ma con quale percentuale. E se porterà il suo Paese più lontano dalla democrazia nei prossimi quattro anni. “Possiamo solo augurarci che non stravinca. Già perdere con un margine aiuterebbe”, conclude amaro Istvan.

Il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2014