Il ministro Federica Guidi se ne lava subito le mani, ricordando di aver lasciato tutti gli incarichi nel gruppo di famiglia con l’insediamento allo Sviluppo economico. Il padre Guidalberto getta acqua sul fuoco e si dice pronto a ricorrere “fino all’ultimo grado perché sono tranquillissimo”. Fatto sta che sulla Ducati Energia, l’azienda bolognese della famiglia Guidi, pende da poco meno di un anno un verbale di verifica fiscale firmato dall’Agenzia delle Entrate dell’Emilia Romagna non ancora tradotto in accertamento, che parla di 1,3 milioni di euro di imponibile sottratto al fisco italiano per un totale di circa 400mila euro di tasse non versate tra il 2009 e il 2011. Un periodo durante il quale l’attuale ministro del governo Renzi era consigliere di amministrazione e vicepresidente della Ducati Energia.

E di certo le irregolarità riscontrate dai funzionari di Attilio Befera nei conti del gruppo bolognese presieduto da Guidalberto Guidi, non sono un bel biglietto da visita per il dicastero dello Sviluppo economico e per il Paese. Anchè perché i rilievi dell’Ufficio grandi contribuenti dell’Emilia Romagna coinvolgono indirettamente anche lo Stato, visto che riguardano i rapporti tra la capogruppo italiana e una delle sue controllate estere che, a partire dagli anni novanta, hanno portato alla progressiva delocalizzazione della struttura produttiva di Ducati Energia con il sostegno economico della Simest, la finanziaria della Cassa Depositi e Prestiti per lo sviluppo e la promozione delle attività delle imprese italiane all’estero e in Italia. Nel mirino dei funzionari delle Entrate, in particolare, è finito il rapporto commerciale tra la casa madre e la Ducati Energia Romania Sa al 74,37% di Ducati e al 25,63% di Simest. Con quest’ultima che con il gruppo ha solo una “collaborazione finanziaria e non gestionale”, come si premura di precisare il verbale della verifica datato luglio 2013 che Il Fatto Quotidiano ha potuto visionare.

In pratica, secondo i funzionari, lungo il doppio binario attraverso il quale la Ducati rumena e la casa madre italiana si scambiano materie prime e prodotti elettronici finiti (condensatori) da rivendere, qualcosa non va come dovrebbe. E così al termine del controllo avviato il 7 marzo 2013 sui bilanci 2009, 2010 e 2011 del gruppo, i “verificatori” hanno verbalizzato alla società due tipologie di rilievi, il più consistente dei quali riguarda appunto il prezzo delle transazioni commerciali infragruppo. Quello cioè che, secondo le autorità fiscali che da tempo stanno passando al setaccio tutte le multinazionali, può essere manipolato per spostare redditi imponibili da Stati a elevata fiscalità verso territori caratterizzati da una minore pressione tributaria, con una tecnica elusiva che porta il nome di transfer pricing. È su questo filone che alla Ducati Energia vengono mossi due rilievi relativamente al 2010 e al 2011 che, in aggiunta ad altri due fatti minori, portano alla contestazione di sottrazione di reddito imponibile Ires e Irap per un totale di 1,384 milioni di euro. La quantificazione del conto da pagare non spetta invece agli ispettori e non è stata ancora formalizzata nonostante siano passati 8 mesi e ci sia già stato un incontro tra le parti, ma si parte da una base di circa 400mila euro di imposte non versate.

A insospettire i funzionari è stata l’elevata redditività della filiale rumena rispetto alla casa madre “nonostante l’attività sia notevolmente meno complessa” con “un volume significativo di scambi fra Ducati spa e Ducati Romania”. Di qui sono partite le analisi comparative dei funzionari che hanno ipotizzato la sottrazione di reddito imponibile Ires e Irap per 734mila euro nel 2010 e 576mila euro nel 2011.

A questo rilievo, si è poi aggiunto quello mosso per l’ammortamento per avviamento superiore a quanto consentito dalla legge relativamente alla fusione per incorporazione della Ducati Sistemi nella Ducati Energia avvenuta nel gennaio 2009, con un totale imponibile sottratto di 72.708 euro negli esercizi 2009, 2010 e 2011.

“La cosa è molto semplice: noi abbiamo queste consociate, la consociata rumena fa utile. Noi paghiamo le tasse in Romania e portiamo i dividendi qua. Sui dividendi paghiamo le tasse qui e quello che reimportiamo dalla Romania lo rivendiamo in giro per il mondo pagandoci sopra 2-3-4 milioni di tasse in Italia”, ha spiegato Guidi al Fatto. Quindi dopo il verbale di luglio vi siete chiariti? “Io non ho più avuto niente. Non ho più sentito una parola. Non siamo neanche alla commissione tributaria. Proprio qualche settimana fa ho chiesto ai miei commercialisti di andare a sentire”. Poi più nulla. “Spero che lei non li convinca a fare più in fretta, perché se ci pensano ancora un altro po’ non mi dispiace – scherza -. Credo che troveremo una soluzione per cui si convinceranno che siamo in regola, perché altrimenti lo Stato rumeno potrebbe anche infastidirsi. E mi incavolerei se dovessi pagare perché ho già pagato le tasse in Romania”.

Da Il fatto Quotidiano del 30 marzo 2014