Per chi è sviluppista probabilmente le morti che lo sviluppo causa sono accidentali, un prezzo pressoché necessario od uno spiacevole effetto collaterale.

Non è certo una novità che l’inquinamento che noi causiamo tirando fuori le cosiddette “risorse” dalla terra e distribuendole dappertutto sotto le più svariate forme causano milioni di morti ogni anno nel mondo. Sono morti indistinte che colpiscono chiunque. Ma, ahimè, ci sono anche le morti dirette di coloro che lavorano nelle fabbriche dello sviluppo e di sviluppo muoiono direttamente. Fra i peggiori esempi di “morti per sviluppo”, tre sono in Piemonte.

Quando ero bimbo, andavo spesso a Monesiglio, il paese di origine di mio padre, posto nell’Alta Langa. Un giorno mi avventurai sulle sponde del fiume che transitava in mezzo ai prati del paese. Il colore dell’acqua era violaceo. Rimasi impressionato e credo che buona parte della mia matrice ambientalista provenga da quell’esperienza. Il fiume era la Bormida di Millesimo.

Così fece dire al protagonista in Un giorno di Fuoco, il grande Beppe Fenoglio: “Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna.”

La Bormida diventava di quell’innaturale colore transitando in Cengio, grazie agli scarichi dell’Acna, Aziende Chimiche Nazionali Associate. Una potenza nel campo della chimica, in particolare coloranti, attiva dal 1929 al 1999: settant’anni in cui – senza trovare ostacoli tra i politici e i sindacati – ha fatto il bello ed il cattivo tempo, fra Liguria e Piemonte. Ne sanno qualcosa i contadini che non potevano più irrigare i campi e che non riuscirono neppure ad ottenere giustizia adendo le vie giudiziali. Ma ne sanno qualcosa soprattutto gli eredi delle vittime di questa vera e propria fabbrica della morte, che aveva un proprio stabilimento anche a Cesano Maderno: osservazioni mediche effettuate presso i due stabilimenti dal 1936 al 1948 stabilivano che, su 202 lavoratori tenuti sotto controllo, solo 95 erano in condizioni normali, gli altri soffrivano di lesioni o forme tumorali, solitamente cancro alla vescica.  Quanti siano stati i morti causati dall’Acna fra i suoi operai è impossibile dirlo, così come nelle popolazioni interessate dal fluire del fiume reso immondo.

Storia simile per l’Ipca (Industria Piemontese dei Colori di Anilina) di Cirié. Anche qui lavorazioni chimiche, anche qui produzione di coloranti. Inaugurata nel 1922 e chiusa nel 1982. Almeno in questo caso, nel 1977, al termine di un lungo e tortuoso processo, i titolari e i dirigenti dell’azienda furono condannati per omicidio colposo. Da una ricerca condotta dall’Inail emerse che ben 168 lavoratori dell’Ipca morirono per cancro alla vescica. Queste sono le morti certe.

E veniamo all’Eternit. La tristemente famosa in tutta Italia fabbrica dell’amianto. Qui si moriva invece per mesotelioma pleurico. Se invece eri fortunato ti beccavi solo l’asbestosi. Impianto più importante a Casale Monferrato, poi altri tre a Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli. Nel 1994 cessò la lavorazione, lasciando dietro di sé un triste primato: almeno 1500 morti solo nello stabilimento di Casale. In totale, oltre 2300.

Ma quanti tra la popolazione? Difficile dirlo anche perché lo stabilimento disperdeva con dei potenti aeratori la polvere di amianto in tutta la città, causando la contaminazione anche di persone non legate alle attività produttive dell’Eternit.

Anche qui, si può dire che giustizia è stata fatta. Condannati i vertici dell’azienda in due gradi di giudizio a 18 anni di reclusione ed al risarcimento delle parti civili (oltre novanta milioni di euro). Perché sapevano e nonostante ciò nulla hanno fatto per evitare quella che a tutti gli effetti possiamo definire “una strage”.

Tre fabbriche, tre pagine nere nel libro dello sviluppo. Ma quante se ne potrebbero scrivere in tutta Italia e nel mondo?