Manca poco alla II guerra mondiale, la Germania è già totalmente assoggettata alla follia del Führer, un Hitler senza scrupoli intento a mettere in piedi le barbarie oramai agli atti della storia. La giovane Liesel è su un treno assieme alla madre e al piccolo fratellino, diretta verso una nuova vita, verso una nuova famiglia, totalmente ignara del fatto che di lì a poco sarebbe finita sotto l’occhio vigile di un narratore d’eccezione, l’angelo della Morte, la voce fuori campo, in originale di Roger Allam, che accompagnerà lei e lo spettatore per tutto il film.

È l’inizio di Storia di una ladra di libri, tratto dall’omonimo libro di Markus Zusak uscito nel 2005, con all’attivo otto milioni di copie vendute in giro per il mondo, sette anni nella classifica del New York Times tra i migliori bestseller di tutti i tempi e almeno una decina di premi letterari. Un testimone difficile da raccogliere per il regista Brian Percival, conosciuto ai più come l’uomo dietro la macchina da presa della serie tv Downton Abbey, che in questo caso ha perso il piglio brillante dimostrato per il piccolo schermo, in favore di una regia fin troppo classica, tanto da risultare a tratti piatta e inespressiva.

La storia raccontata affronta temi su cui il cinema si è soffermato a più riprese, già di base era quindi difficile riuscire ad allontanarsi da un filone ampiamente inflazionato. I due produttori, Karen Rosenfelt e Ken Blancato erano rimasti affascinati dallo spessore del romanzo e, ancora di più, dalla sua protagonista, decisi a volerlo trasporre cinematograficamente fin dalla prima pubblicazione del libro. Era una storia che trattando temi delicatissimi, specie per il pubblico più giovane, si prefiggeva di raccontarli seguendo un target per ragazzi, parlando con un linguaggio didascalico, dettaglio sul quale la regia ha fatto fin troppo affidamento. Tutto si gioca sulle relazioni che ruotano attorno alla giovane protagonista, dal compagno di classe che la prenderà sotto la sua ala protettiva, fino alla sua nuova famiglia, era quindi fondamentale scegliere un cast che riuscisse a rendere i personaggi mirabilmente strutturati da Zusak nel libro e questo è il vero punto di forza della pellicola. A partire da Sophie Nélisse, la protagonista dietro cui i realizzatori hanno speso diverse energie, alla ricerca di una ragazzina che potesse entrare a pieno nel ruolo, ispirando allo stesso tempo vulnerabilità e sfrontatezza.

Dal casting iniziato in Inghilterra si sono spostati in Europa, negli States e in Australia, dove, dopo aver provinato quasi mille candidate al ruolo, Zusak decretò la sua Liesel, già intravista nel film canadese Monsieur Lazhar, candidato all’Oscar come miglior film straniero, che era valso alla piccola interprete un Genie Award come migliore attrice non protagonista. Al suo fianco due attori d’eccezione, Emily Watson nei panni dell’irascibile quanto burbera nuova madre e un perfetto Geoffrey Rush in quelli del padre, un uomo profondamente buono e gentile, in contrapposizione al clima di tensione che imponeva il periodo storico, affidato nella pellicola ai personaggi minori.

Sarà grazie a questa nuova figura paterna che Liesel imparerà a leggere, scoprendo come l’assurdità della guerra e la violenza del contesto in cui si è ritrovata a vivere la propria infanzia, siano distanti anni luce da quello che è il suo concetto di umanità. Sarà proprio attraverso i libri di cui è segretamente innamorata che capirà come evadere dalla brutalità del mondo proteggendo quello che le è più caro, il ricordo delle persone perse. Per quanto si abbia l’impressione di essere davanti a qualcosa di già visto, il film mantiene il pregio di comunicare a un pubblico giovane un tassello di storia, peraltro non così distante da noi, che non bisognerebbe mai dimenticare.

Il trailer