Martedì mattina, un lamento nella semioscurità di una stanza d’ospedale mi ha destata da un dormiveglia irrequieto.

Un gemito soffocato squarciava l’alba, diventando via via più insistente, disperato. Straziante.

“Datemi qualcosa” sussurrava la voce piagnucolosa. “Non ce la faccio più” implorava.

No. Nulla di anomalo in quella litania di parole e versi smozzicati: solo l’inizio di un faticoso viaggio chiamato travaglio.

La stanchezza e il sopore mi hanno poi abbracciata per un ultimo momento di riposo, e la voce che supplicava quei dolori di cessare, si è spenta con il ritmo del mio respiro, fattosi sempre più regolare.

A mezzogiorno ho sbirciato nella stanza accanto, il viso sfinito ma carico di sollievo della donna non lasciava spazio al dubbio: suo figlio era nato.

Era atterrata in paradiso, passando direttamente per l’inferno, come tutte le altre prima e dopo di lei.

C’è un momento spaventoso durante il travaglio – un pozzo buio di angoscia e terrore – quando una donna comprende che niente potrà risparmiarla dal fardello di fatica e dolore, ineluttabili per portare a termine quel cammino durato nove mesi.

Nel momento in cui la consapevolezza prende forma, ci si sente smarrite, miseramente sole, annientate dall’immensità dello sforzo, reticenti a credere di esserne all’altezza.

Ma è sul bordo di quel precipizio che si comincia a reagire.

Quando lo spasimo è al massimo e sembra non ci sia più margine per sopportare, la mente sposta il limite appena più in là. Sfiancata su un letto bianco e freddo, in mezzo a sguardi estranei, una fiammella lontana riprende vigore e con un ultimo, trionfante sforzo, ci proietta all’incontro di una vita. Che strillando a pieni polmoni incanta, col suo suono dolcissimo.

Gli uomini al nostro fianco osservano riverenti il misterioso spettacolo, antico come il mondo, e il loro pianto è rivolto anche a noi, straordinarie protagoniste di una lotta estenuante. Mille volte sul punto di naufragare eppur capaci, tra lacrime e sangue, di donar loro il regalo più prezioso.

E pensare che ci chiamano ancora “il sesso debole“.

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