Ferrara, a Giorgio Bassani, gli deve molto. Ha avuto la capacità di raccontare, come non era mai stato fatto e come tutt’oggi nessun altro scrittore è riuscito a fare, la ferraresità attraverso storie semplici, caratterizzate da una potenza realistica dirompente. Come qualsiasi ferrarese non analfabeta ho letto i suoi libri a scuola, sono rimasto impressionato dalla trasposizione cinematografica de La notte del ’43 diventata La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, conosco i “suoi” luoghi e le sue strade.

Credo però che tutta la forza evocativa di Bassani io la stia scoprendo adesso, a molti chilometri di distanza, in una città brutta, che ha assurto a fiume cittadino una fogna a cielo aperto, dove lo smog non ha nulla da invidiare alle capitali del sudest asiatico, in cui le persone non si salutano anche se si vedono tutti i giorni e la massima attrazione turistica è data da un duomo che farebbe sbellicare dalle risate un lillipuzziano per le sue ridottissime dimensioni.

Non scopro certo l’acqua calda dichiarando che la Brianza è respingente, tossica, invivibile, soprattutto confrontata a Ferrara, dove gli uomini del potere fanno di tutto per sfigurarla, ma i suoi muri e la sua anima resistono stoicamente.

Giorgio Bassani mi riavvicina alla mia Ferrara, a quella non globalizzata, a quel gioiello provinciale dove si parlava in dialetto, dove gli studenti che venivano da fuori erano pochissimi, dove non esistevano l’abbruttente mercoledì universitario e le boutique alla moda sotto la Loggia dei Mercanti capaci, in pochi anni, di sventrare uno degli angoli più suggestivi del centro storico. Era una Ferrara dove non c’erano i negozi con appeso il cartello vendesi una vetrina sì e una sì per via Garibaldi, dove per andare all’ospedale bastava prendere la bicicletta e non farsi chilometri fino alla nuova struttura che sta sprofondando nella palude in mezza campagna.

Giorgio Bassani, parlo soprattutto del Bassani autore de Dentro le mura. Cinque storie ferraresi, dal mio punto di vista il suo capolavoro, superiore anche a Il giardino dei Finzi-Contini e a Gli occhiali d’oro, mi fa ricordare la mia infanzia. Un’infanzia legata ai racconti dei miei nonni, alla piazza nascosta dalla nebbia, alla Certosa luogo di chiacchierate e crescita emotiva. Ne La notte del ’43 rivedo mia nonna nel cortile di casa, quando tra una ms e l’altra descriveva in poche parole, sempre uguali, minimali, la visione di quei morti mentre in bicicletta, di prima mattina, andava a lavorare. È sempre mia nonna, nei suoi ricordi di bambina sul Montagnone a farmi vivere Lida Mantovani, con la casa di via Salinguerra, i vicoli che portano ai Bastioni e a San Giorgio, le abitudini contadine e quasi immutabili della generazione nata fra le due guerre. E poi c’è mio nonno, nei nostri giri per la città, nella contrattazione degli animali vivi dagli ambulanti, che oggi non ci sono più, dietro Rampari di San Paolo, la visita al mausoleo del partigiano, sotto il Ponte della Pace, che mio nonno, come tutti quelli della sua età, continuava a chiamare il Ponte dell’Impero, le gite in bicicletta per memorizzare nomi di vie, piazze, vicoli. C’è mio nonno dietro a La passeggiata prima di cena, Una lapide in via Mazzini e, soprattutto Gli ultimi anni di Clelia Trotti. Andavamo sempre in Certosa, lui ed io, era uno dei nostri luoghi, un luogo magnifico, bellissimo, la presa in giro dei ferraresi alla morte, perché, come ha scritto Giorgio Bassani:

“La veduta improvvisa della piazza della Certosa e dell’adiacente cimitero dà sempre, inutile negarlo, un’impressione lieta, quasi di festa.”

Bassani mi riavvicina a Ferrara, alla mia città, a quel sentimento tutto nostro che si chiama ferraresità. Sono contento di non essere nato qui, nella terra dei longobardi, tra la fogna a cielo aperto e il duomo dei puffi, e di avere nell’anima ricordi di indicibile bellezza.

“La verità è che i luoghi dove si ha pianto, dove si ha sofferto, e dove si trovarono molte risorse interne per sperare e resistere, sono proprio quelli a cui ci si affeziona di più. Guardi lei, per esempio. Poteva andarsene via come tanti suoi correligionari, e dopo ciò che ha dovuto subire ne aveva tutti i diritti. Ma la sua scelta è stata un’altra. Ha preferito restare qui, a lottare e a soffrire. E adesso questa terra, questa vecchia città dove è nato, dove è cresciuto e si è fatto uomo, sono diventate doppiamente sue. Lei non le abbandonerà mai più”.