Cinema

Torneranno i prati, Ermanno Olmi e la Grande guerra: “Vorrei fosse un film utile”

Appena finito di girare ad Asiago, dove vive, il Maestro del film che arriva nel centenario della I guerra mondiale dice: “In tutte le celebrazioni il pericolo è lo sventolio di bandiere: ci vuole anche, ma guai se fosse il solo modo per ricordare. Le versioni ufficiali non sono mai credibili, le bugie, gli atti di prudenza non devono essere taciuti: dobbiamo sapere, conoscere, perché se non è sincera come può la Storia essere maestra?”

di Federico Pontiggia

“Perché questo film, perché la guerra?”. Se lo chiede, e ce lo chiede, il maestro Ermanno Olmi, che a quasi 83 anni (il 24 luglio) è tornato dietro la macchina da presa e nella trincea della Prima guerra mondiale con Torneranno i prati. Appena finito di girare ad Asiago, dove vive, che film sia lo dice subito: “Vorrei che ancora prima che bello fosse utile”. Arriva nel centenario della Prima guerra mondiale, ma – dice il Maestro – “in tutte le celebrazioni il pericolo è lo sventolio di bandiere: ci vuole anche, ma guai se fosse il solo modo per ricordare. Le versioni ufficiali non sono mai credibili, le bugie, gli atti di prudenza non devono essere taciuti: dobbiamo sapere, conoscere, perché se non è sincera come può la Storia essere maestra?”.

Riprese per otto settimane sull’Altopiano dei Sette Comuni, sul set dalle quattro del pomeriggio alle quattro di notte, con temperature fino a -10 gradi, cinque metri di neve e gli attori, tra cui Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti e tanti non professionisti del luogo, costretti a portare le attrezzature su una delle due trincee ricostruite, quella in Val Formica sotto il Monte Zebio: “Volevo fare un film di un’ora e mezza in tempo reale, ma mi è stato impedito: non dalla censura, ma dalla meteorologia. Scenografie completamente sepolte dalla neve, il sole ma dopo pochi minuti una nebbia da lupi: da diventare pazzi”.Non più in tempo reale, ma rimane “pizzicata qua e là” un’unica notte, piazzata al preludio di Caporetto (24 ottobre 1917), “il preludio della disfatta: dagli alti comandi viene l’ordine di trovare un posizionamento per spiare la trincea avversa, e i soldati dell’avamposto devono eseguire. Venivano dai latifondi, poveri, uguali agli austroungarici nella trincea di fronte, che cosa fosse la guerra nemmeno se lo chiedevano”. E vanno incontro al massacro: sull’Altopiano sono morti in 50 mila provenienti da 23 nazioni, i resti raccolti prima in 41 cimiteri volanti, poi in un ossario. E la guerra non è finita: ancora nel 2013 sono state fatte brillare 157 bombe, solo l’altro giorno due bambini di 8 anni sono stati trovati a giocare con un calibro 75. Un incubo, questa realtà, e un “filmonirico”, prodotto da Cinemaundici, Ipotesi Cinema e Rai e atteso alla Mostra di Venezia, di cui Olmi svela un’evocativa battuta: “Dopo una disfatta, tutti tornano a casa loro e dopo un po’ tornerà l’erba sui prati”.

Sì, “torneranno i prati”, e si chiameranno speranza, la sola che può cancellare i solchi incisi sulla natura, le ferite inflitte all’uomo dalle trincee: “La Prima mondiale è stata l’ultima guerra con tracce di umanità, dalla Seconda lo scontro di nazioni ha imbarcato ideologie e razzismo: disumano”.

Gli occhi di Olmi si incupiscono, ma non molla la domanda: perché la guerra? “Perché – citando la lettera di Einstein a Freud – la più grande stupidità criminale che l’umanità possa commettere? La guerra non è l’epidemia di un virus sconosciuto, è conosciutissimo: scoppia in famiglia, da sempre. Quando ci si prende a sberle non c’è possibilità di ritorno, ma oggi non puoi starnutire che ti mandano affanculo…”. E così ci si ritrova oggi “sull’orlo di una tragedia che rischia di assomigliare molto a quella della Prima guerra mondiale, ma con conseguenze ancora più devastanti”.

Olmi traccia le analogie, si scaglia contro “Casa Savoia, da sempre distratta nei confronti della storia, che ritenne più conveniente legarsi alle nazioni bisognose di mercati in Europa, un po’ come oggi fa la Merkel”, ed esorta gli storici alla verità: “Fate questo lavoro, e vedrete quanti fatti vergognosi di cui dobbiamo arrossire e abbassare il capo”. Ma lui alla storiografia ufficiale non s’è rivolto, ha riletto libri di testimoni diretti, come l’amico Mario Rigoni Stern, Gadda, e Lussu, ma oltre a questi autori, che “hanno vissuto ma anche metabolizzato letterariamente quegli eventi”, s’è appoggiato al padre, al pastore Toni il pazzo del suo doc I recuperanti (1969) e ad altre “pagine di anonimi: c’era il nome in fondo, ma era quello di chi non ha nome. La verità l’ho trovata lì. Perché la storia ufficiale la scrivono gli intellettuali, quella reale chi non ha parola”.

Non vuole essere pessimista, il Maestro, ma nella nostra società ravvisa “la sonnolenza di chi vive sull’orlo della tragedia e non sa come reagire: la democrazia è tradita, e dopo le istituzioni i più meschini sono gli agnostici, quelli che disprezzano un diritto che è anche un dovere, il voto”. Dunque, serve disobbedire, come due dei suoi soldati: “Fanno prevalere la propria coscienza sulle esigenze militari dei comandi superiori: la disobbedienza è un atto morale che diventa eroicità quando la paghi con la morte. Ma sui monumenti che ritraggono gli alti comandanti, bisognerebbe scrivere sotto ‘criminale di guerra’”. Prepariamoci, dunque, al grido di pace di Torneranno i prati, che si leva dall’Altopiano innevato di Asiago e si spinge nel Deserto dei Tartari: forse, anche qui il nemico non c’è. “Siamo noi il nostro nemico”, ammonisce Olmi. E invita al discernimento: “Perché tra Adriano Olivetti e Berlusconi c’è una differenza, o no? Dobbiamo uscire dall’indifferenza, dal torpore che ci avvilisce, e capire che la guerra si combatte dentro di noi, contro le nostre omissioni quotidiane”. Dopo Il mestiere delle armi, Torneranno i parti, e arriverà il mestiere della pace. Olmi ci crede, ci crede ancora. E noi?

Dal Fatto Quotidiano del 15 marzo 2014

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