Non è un’avventura finire a letto con il primo o la prima che capita o guidare ubriachi; qualche volta sono invece cure palliative di un desiderio di avventura frustrato.

Le minoranze sono sempre esistite, ma molti si orientano oggi al rifiuto dell’avventura e dei rischi che inevitabilmente contiene. Va bene al cinema, ma nella vita spaventa. E non parlo delle avventure di Indiana Jones, ma di quelle che fanno parte della vita di tutti.

Si sente dire: “preferisco finire in una prigione cilena che in un aereo in partenza”, “col cavolo che vado in Egitto di questi tempi”, “potrei perdere la testa per quel ragazzo, ma cerco un tipo più tranquillo”, “detesto gli imprevisti”.

In un’atmosfera sociale di così pervasiva insicurezza, è comprensibile che si vogliano eliminare almeno i rischi possibili, ma il desiderio di avventura fa parte dell’istinto evolutivo e se viene sistematicamente represso produce due conseguenze di segno apparentemente opposto.

La prima si traduce in una minore vitalità, nella sordina posta all’entusiamo, in una paura travestita da ragionevolezza e quindi in una minore disposizione all’esperienza. Poco per volta se ne va l’esploratore e al suo posto vediamo il turista-tutto-compreso. Sono le persone che quando le incontri dopo vent’anni ti accorgi che niente è davvero mai cambiato nella loro vita, sono solo un po’ più spente.

Il rischio è allora nell’affiorare di indecifrabili malinconie, mano a mano che il tempo passa, di confusi rimpianti, qualche volta di cadute depressive. Ma può anche succedere che la vita passi così, senza avere provato a vivere di slancio. Che fine fa allora l’istinto avventuroso dopo essere stato respinto? Si trasforma in qualche modesto sintomo psicosomatico e ci si abitua a vivere a scartamento ridotto, ecco tutto. Ma questo non è già un sintomo?

La seconda conseguenza è nel dirottamento del desiderio di avventura che viene trasferito in comportamenti distruttivi. Il sesso estremo, per esempio, le moto impennate nel traffico, le risse collettive sono modi di rischiare la vita propria e altrui senza un perché che non sia il brivido.

Un comportamento autodistruttivo segnala un inconsapevole senso di colpa e la conseguente esigenza di punizione. Da dove viene in questi casi il senso di colpa? Credo soprattutto dall’abbandono di quelli che io chiamo i desideri profondi, che ci appartengono e che danno senso alla nostra vita. La latitanza del desiderio, infatti, attenua o annulla la tensione verso l’avventura: perché infatti rischiare e che cosa se mancano direzione e progetto?

Da lì, da questa lontananza da se stessi, ha origine un senso di colpa insidioso perché risulta quasi sempre inconscio delle sue ragioni: ci si sente in colpa perché non si è come si dovrebbe essere, non si fa quello che si dovrebbe fare.

Dal senso di colpa ha origine la punizione e allora può succedere che l’istinto avventuroso, scollegato ormai da un desiderio profondo, si riaffacci alla coscienza in modo disordinato, senza una direzione personale, carico di un’energia negativa fatta di rabbia, risentimento, violenza o disperazione.

Quando tutto questo succede, e senza una personale bussola che orienti l’energia vitale, si finisce ad affrontare l’avventura in modo distruttivo senza in fondo sapere perché, ma qualche volta credendo di saperlo. Questi comportamenti, pericolosi e asociali, sono non di rado confusi con una scelta trasgressiva rispetto alle convenzioni sociali. Ma la trasgressione parte sempre da un desiderio, un senso, un obbiettivo – e secondo me soprattutto dall’amore per qualcosa o per qualcuno – e prevede in ogni caso la capacità di pagarne il prezzo: Socrate, Rosa Luxemburg, Spartaco, Picasso amavano gli ateniesi, gli oppressi, gli schiavi e le nuove strade dell’arte e hanno saputo essere trasgressivi, non quelli che vanno a 200 all’ora sull’autostrada o che lanciano i sassi da un cavalcavia.

Ma allora – se l’istinto avventuroso e la disposizione al rischio possono sempre manifestarsi, sia pure in modo contorto – ne deriva che la vera paura forse non è nello sfidare l’ignoto, ma quella di desiderarlo.

E forse da qui, da questa paura del desiderio, si può riprendere il discorso per cercare una via di uscita.