Tutto è cominciato da una notizia apparsa sui quotidiani nei giorni scorsi dove si parlava della possibilità di affittare a costo zero lo stabilimento della Mivar per riavviare la produzione di televisori. E Umberto Rosinsvalle, del gruppo Fondia, grande fiuto per gli investimenti in brand di alto standard, ha voluto esplorare questa opportunità. “Ho fissato un appuntamento. E pensare che ero arrivato con le migliori intenzioni”, racconta. E descrive con tono asciutto la sensazione di sconcerto che ha  provato entrando nello stabilimento dismesso di Abbiategrasso, aperto nel 1945 che ha sbarrato i battenti qualche mese fa. Un casermone grigio che sembra uscito dal libro Il Giardino dei Finzi Contini. 

E’ lo stesso Umberto con la moglie Laura incontrati a casa di amici comuni a raccontarmi la brutta storia. Il fondatore della Mivar, Carlo Vichi, ha 90 anni e il viso rugoso come la sua anima buia. La conversazione si sposta subito su un campo minato: “Non si stava poi così male nei campi di concentramento e Hitler è un eroe. Il mio eroe“. Le parole sono sassi tirati in faccia allo sbigottito imprenditore di fiera origine ebraica da parte di madre con molti membri di famiglia deportati nei campi di concentramento.

“Una struttura che ricorda quella di un campo di concentramento – aggiunge Umberto – studiata nel dettaglio per far vivere gli operai dentro un campo di lavoro perfetto. Vichi con arroganza dice aver progettato lui ogni cosa e di aver fatto costruire tutto sotto la sua guida attenta compresa la linea di produzione. Sempre vigile sul benessere dei suoi dipendenti (nel senso di possesso a mio avviso) per garantire produzione ed efficienza (in stile fascista). Ho ancora i brividi, sembrava di sentire parlare Hitler o Mussolini. Poi è passato a denigrarmi. Lui si dichiarava ateo e anticlericale. Io, religioso e, ancor peggio, ebreo, ero di razza inferiore per principio. E mentre mi buttava in faccia i suoi insulti,  ‘Hitler è un eroe’, mi  mostrava  a sostengo della sua folle teoria i  totem custoditi gelosamente a chiave nel cassetto della scrivania: una svastica (che attenderebbe solo di essere cucita su una camicia nera), un manuale sulle navi da guerra tedesche e un libro sul tipo di armi automatiche utilizzate durante la seconda guerra mondiale”.  

Nel suo fanatismo delirante Vichi non risparmia giudizi neanche sugli asiatici a suo dire “stupidi ed ignoranti”. Malgrado la Samsung, azienda leader di televisori e schermi led, sia stata una delle concause che abbiano portato la Mivar alla chiusura.

“Sono scappato via il più in fretta possibile con le stessa sensazione di annebbiamento di quando visitai Auschwitz per rendere omaggio a miei familiari sterminati. Una sensazione di freddo e di vomito come quella provata dopo l’ incontro con questo essere”, conclude Umberto. Schegge acuminate di reminiscenze. Sono attonita insieme al mio interlocutore. Non gli do neanche l’attenuante dell’Alzheimer. Un piccolo uomo bieco accecato dal suo ego smisurato.  

Gli antichi saggi credevano che nel corpo di ognuno di noi ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, all’altezza della cervicale. Si chiama luz, in ebraico, e racchiude in pratica la nostra essenza vitale. Sopravvive alla nostra morte e quando ci sarà la resurrezione da lì si ricrea la persona. 

Per molti il sionismo ha sempre torto. Come dice lo scrittore yiddish L. Shapiro: L’antisemitismo è eterno, come è eterno Dio. E Robert Wistrich, tra i più grandi studiosi della Shoah, afferma: L’antisemitismo sta probabilmente  peggiorando. Anche grazie ad Internet dove l’insulto antisemita è moneta corrente.

Un’unica amara consolazione: Vichi non usa Internet e ha 90 anni. E auguriamoci che del suo luz non rimanga traccia.

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