“Cento euro in più al mese in busta paga”, ripeteva Matteo Renzi l’altro ieri in conferenza stampa, agitando i suoi volantini. Uno slogan, snocciolato da un premier proiettato in un futuro senza colori forti e privo di passato, che ancora una volta rivela che la visione del lavoro (e del mondo) di questo nuovo “centrosinistra” è talmente vecchia che poco o nulla potrà cambiare.

Anzitutto, l’ossessione – ancestrale? Elettorale? – verso il mondo del lavoro dipendente, considerato l’unico interlocutore a cui rivolgersi, e a cui promettere benefici, proprio come, da sempre, democristiani e comunisti. Renzi promette che abbasserà le tasse ai lavoratori dipendenti e a tutti quelli “assimilati”, ci tiene a precisare, quei “parasubordinati” (denominazione grottesca), introdotti come figure professionali negli anni Novanta, poi proliferati in maniera incontrollata fino alla grande crisi economica, infine scesi perché, invece di diventare dipendenti a tutti gli effetti (come sempre sbandierato dai governi di tutti i colori politici), sono retrocessi ancora più indietro, verso il lavoro occasionale o la partita Iva. Proprio in quegli anni in cui i governi tecnici, ormai fuori tempo, cercavano di mettere quei paletti e palettini nel loro utilizzo che vent’anni fa avrebbero avuto un senso, mentre oggi hanno finito per rendere il mondo del lavoro ancora più difficile.

Chi sono infatti oggi gli “autonomi”, quelle centinaia di migliaia di partite Iva, piccole imprese, liberi professionisti, persone che aprono un’attività commerciale? Per Renzi, proprio come i suoi vecchissimi predecessori, sono tutti lavoratori invisibili, di serie B, da considerarsi più o meno con le lenti di Susanna Camusso e dei grandi sindacati: tutti evasori. Eppure in quei numeri ci sono quelle nuove generazione cui appartiene lo stesso Renzi, visto che il mondo del lavoro autonomo o indipendente in questi anni ha mutato volto. Stravolto dalla crisi che ne ha fatto al tempo stesso il luogo dei lavori meno tutelati, ma anche quello del lavoro ad alto tasso di innovazione.

Non solo i classici commercianti (che però non sono tutti evasori, spesso soffrono, chiudono, con conseguenze pesanti sulle singole vite), non sono solo i professionisti nel senso del passato (grandi avvocati, dentisti, e così via). Oggi in quell’area ci sono i nuovi professionisti, giovani appartenenti a ordini dei quali farebbero volentieri a meno perché tutelano solo i più forti, che vanno avanti con guadagni molto bassi pur fornendo prestazioni di qualità ai loro clienti. Ci sono i professionisti della conoscenza, un mondo intero di laureati che fa i più diversi lavori che gravitano intorno alla cultura in senso vastissimo, dall’editoria alla comunicazione. Ci sono le start up e quella migliaia di micro imprese che si stanno inventando servizi ad alto tasso di innovazione che vanno spesso, tra l’altro, a supplire proprio alla sparizione dello Stato sociale, permettendo quindi anche, per alcuni aspetti, la tenuta sociale.

Questo pezzo di società attiva, laboratorio di sviluppo e di crescita, non sono è stata ignorata dagli ultimi governi, ma – peggio – non ha alcun sostegno, anzi spesso lo Stato (vedasi la morsa della contribuzione Inps gestione separata che spesso schiaccia questi lavoratori, oltre alle tasse e alla burocrazia) sembra fare di tutto per ostacolare chi ha in mente un progetto e vorrebbe solo realizzarlo. Per loro nessuno sgravio Irpef, puniti perché non hanno la busta paga (un paradosso), per loro, quasi sicuramente, nessun ammortizzatore sociale che il premier e i suoi collaboratori si ostinano a chiamare “universale”, dimenticando che se si usa quella parola le tutele andrebbero estese a tutti i cittadini italiani, neppure uno escluso.

Mentre si dimentica quest’Italia davvero “attiva”, come la definirebbero i sociologici, si blandisce un’Italia che, almeno nelle parole di Renzi, è ancora fatta da categorie vaghe e generiche “le famiglie”, “i pensionati”, considerati tra l’altro, nel linguaggio del premier, alla stregua di un popolo passivo e senza risorse cui il neopremier dispensa, con paternalismo, qualche decina di euro. No, qui non c’è traccia di un’idea di sviluppo, del lavoro che cambia, di quell’innovazione che è l’unica strada per uscire dalla crisi. C’è solo un’elemosina in quella “busta paga” che ormai intere generazioni, di nuovo, le stesse del premier, non sanno più neanche cosa sia.