Il lavoro nero provoca una guerra tra poveri e porta allo sfinimento gli imprenditori onesti. Nel settore della piccola e grande ristorazione il lavoro nero è una piaga. Spesso il costo del lavoro rappresenta un onere rilevante. Ingannare i lavoratori su questo punto vuol dire sbaragliare la concorrenza onesta.

La ristorazione è quell’attività che sovente ha bisogno di concessioni, demaniali o di occupazione di suolo pubblico, per essere sul mercato. Stiamo parlando dei bar e ristoranti coi tavolini, o dei chioschi sul mare. 

Siamo in prima fila contro il lavoro nero. Il Comune di Cagliari, a quanto ci risulta primo in Italia, ha approvato una mozione che impegna il Sindaco a trasporre sul settore concessioni i principi sul tema del settore appalti, a far partire una campagna comunicativa contro il lavoro nero e a predisporre misure sanzionatorie nel caso di utilizzo di manodopera illegale.

Gli appalti contengono già una serie di previsioni, spesso non rispettate, che prevedono sanzioni e l’annullamento dell’appalto nel caso non vengano rispettati i diritti dei lavoratori. Una normativa simile deve esistere per le concessioni.

Non si tratta di vessazione. Si tratta di rabbia che nasce dall’esperienza di centinaia di persone che in quei settori lavorano. Stare in un bar, in nero, per tre euro all’ora, non è giusto. Lavorare in notturna in un chiosco in spiaggia per quaranta euro a notte porta alla diminuzione della qualità dell’offerta ed all’affossamento di chi, invece, rispetta la legge.

È molto gustoso, per esempio, il racconto di quel ragazzo lavapiatti che, impiegato in nero in uno dei locali più in di Cagliari, è stato mandato via in fretta e furia al momento della visita della Guardia di Finanza. Se poi, in un locale che ha 400 coperti, sono rimaste in tutto cinque persone, come è possibile che ai prodi finanzieri non sia venuto qualche dubbio?

D’altra parte, per cosa si fa politica, se non per rappresentare gli interessi dei deboli e trovare delle soluzioni? Per cosa fare politica, se non per attuare i principi previsti dalla Costituzione?

La soluzione è semplice: si faccia una campagna informativa, ci si coordini con le altre autorità competenti in materia e, se ancora persistono irregolarità, si punisca. Se fai lavorare donne e uomini in nero, ti tolgo la concessione: non potrai più chiedere la concessione per l’occupazione del suolo pubblico o la concessione demaniale  per un chiosco in riva al mare.

La violazione di tali norme come causa “interruttiva”della concessione è necessaria sia in riferimento ai principi comunitari sulla violazione della concorrenza, rispetto ai soggetti che assumono regolarmente tutti gli oneri di legge, sia in riferimento alle norme di garanzia per i prestatori d’opera previste dall’ordinamento giuridico nazionale, riguardanti particolarmente la loro sicurezza e giusta retribuzione, sia come causa del prevedibile conseguente venire meno dei necessari standard qualitativi delle prestazioni ai cittadini.

La mozione è stata approvata. Ora ne aspettiamo l’attuazione, e nel frattempo diversi comuni la stanno riproponendo. Perché non può diventare una politica nazionale, dopo che vengono approvate mozioni simili in diversi comuni? Alcuni parlamentari, tra cui Fanucci (PD) e Pinna (M5S) hanno dimostrato di apprezzare la mozione e la proposta.

Si dimostra che spesso le azioni politiche non richiedono chissà quali stanziamenti in denaro. La questione è: da che parte stanno le istituzioni? La mozione pone il problema del lavoro in termini civili e moderni. Non rileva solamente l’aspetto quantitativo del lavoro ma, finalmente, anche l’aspetto qualitativo. Esiste un obbligo, per gli enti pubblici, di realizzare le condizioni affinché la Costituzione sia applicata. È interesse di tutta la comunità che il lavoro sia dignitoso ed adeguatamente retribuito. Le attività economiche devono premiare chi ha idee valide “di prodotto e di processo”. I predatori che competono imbrogliando sul costo del lavoro vanno espulsi dal mercato.  

Il Fatto Quotidiano può aiutare in questo? Avremmo bisogno di una grande campagna sulla dignità del lavoro nel settore della ristorazione, a tutela degli imprenditori onesti e di tutti coloro che faticano per arrivare a fine mese. Noi ce la mettiamo tutta. Un vasto movimento, sindacale e politico, sarebbe necessario. 

di Enrico Lobina e Antonello Vinci