La “green economy” va molto di moda in alcuni ambienti politici, in particolare di centro sinistra. Ma è veramente questa la via giusta per ridare fiato al pianeta?

Ora tutto è green:
– i detersivi sono green, basta aggiungere qualche componente naturale
– gli alberghi sono green, basta lavare meno spesso gli asciugamani
– i centri commerciali sono green, basta collocare un pannello solare
– le banche sono green, basta fare un po’ di home banking

Basta una ritoccatina e tutto diventa green. Perfino le supercar sportive e la formula uno con la scusa del motore ibrido, perfino la guerra, con i cacciabombardieri a biocarburanti che ammazzano e distruggono tutto, ma non l’ambiente (!!!!!!!).

Il riciclaggio dei rifiuti ne è un esempio ancor più chiaro; una filiera industriale basata sul riciclo di materiali, poniamo plastica, implica che si continui a utilizzare plastica e a buttarne via, per poi riciclarla, all’infinito. E’ certamente meritevole riciclare rifiuti, ma ciò implica la necessità, nei processi produttivi, di uso di energia e  di acqua. Ma a volte la convenienza “energetica” (tecnicamente ‘Eroei’, Energia ritornata rispetto l’energia investita) è risicata, e il processo si sostiene, a fatica, grazie a pubblici contributi, vedi il caso del vetro; basta guardare a fianco dell’Autosole fra Modena e Bologna per trovarne vere e proprie montagne abbandonate, fra le giuste proteste dei comitati e le vaghe promesse, non mantenute, dei politici. Altre volte, aziende “ecologiche” che riciclano materiale si incendiano, e allora ci accorgiamo di quanto poco ecologico è stoccare plastica, pneumatici, o quant’altro.

La vera via per risolvere il problema dei rifiuti insomma non è il riciclaggio, ma la loro drastica riduzione alla fonte e ciò vale per quelli urbani e ancor più per quelli di cui pochi parlano, detti “speciali”, ovvero i rifiuti industriali prodotti alla fonte della filiera. In poche parole, la via proposta per uscire dalla crisi economica da alcuni politici ed ambientalisti sarebbe  la “crescita verde”, ovvero se non si riesce più a vendere un oggetto, o a costruire una grande opera, si rimedia facendolo ecosostenibile. Questa via è solo poco meglio, o forse meno peggio, del consumismo tradizionale e ha dei grossi limiti e problemi, economici etici e ambientali.

Spesso sconfina nel greenwashing, che è ancora più dannoso per l’ambiente perché induce il consumatore, in buona fede, a comprare prodotti inutili solo perché “ecologici” o giustifica la costruzione di grandi opere solo piantando qualche albero e facendo una barriera antirumore, magari coperta di pannelli solari male esposti al sole.

Altra cosa invece è parlare di “futuro sostenibile” e non di “sviluppo sostenibile”, infatti con sviluppo spesso si sottintende la crescita che, piaccia o no, verde o sporca che sia, è limitata da ragioni fisiche e di disponibilità di risorse e probabilmente è anche definitivamente terminata, almeno nel nostro paese e in altri.

Riprendiamo l’esempio dei centri commerciali fuori dalle città; portano traffico, inducono al consumo, consumano quantità ingenti di energia per illuminazione, riscaldamento, raffrescamento e refrigerazione dei cibi; la vera alternativa sostenibile sono i centri di vicinato, i mercati a (vero) km 0, quelli biologici o di gruppi di acquisto solidale.

Quindi, se a qualcuno piace green perché è funzionale ad un sistema basato sulla crescita, nel quale fare e disfare è funzionale, lo dica chiaramente, ma non lo si spacci per sviluppo sostenibile!