Il 27 marzo ho organizzato un convegno insieme a  “Specchio Economico” e al movimento “Le professioni per l’Italia”  (“Professioni e sanità: chi e cosa si oppone al cambiamento?”) alla Pontificia Lateranense (ore 9,30 aula Paolo VI piazza san Giovanni in Laterano 4). Naturalmente sono stati invitati  i principali interlocutori e i principali protagonisti della sanità istituzionali e professionali ma a parte loro vorrei allargare l’invito a tutti coloro, cittadini e operatori, che sono interessati a discutere delle sorti della sanità pubblica.

Il convegno cade proprio nel momento giusto. Ieri la Commissione Sanità del Senato ha reso pubblica una dichiarazione di allarme preventivo nei confronti della possibilità di nuovi tagli alla sanità. La ministra Lorenzin non ha nascosto analoghe preoccupazioni ed ha chiesto al ministro Padoan un incontro rimarcando la necessità di un cambiamento. Troise il segretario del più importante sindacato dei dirigenti medici ospedalieri le risponde giustamente  dicendo che “senza gli operatori” non è possibile nessun serio cambiamento. Insomma dopo un periodo di relativa quiete tra un governo e l’altro, si torna a ballare.

Con la spending review sulla spesa pubblica riproposta dal governo Renzi, torna lo spettro di nuovi tagli alla sanità e con esso quello tragico di una ulteriore perdita dei diritti, quindi di una crescita dell’esposizione sociale soprattutto per i malati meno abbienti, per i pensionati, per i malati complessi e quelli cronici. C’è poco da dire ma coloro che si vantano di aver contenuto la spesa sanitaria in questi anni dovrebbero ammettere che il contenimento, se c’è stato, è avvenuto a scapito dei malati e degli operatori, quindi, restringendo le tutele, ma non perché le Regioni con le loro aziende sono riuscite a qualificare spesa, organizzazioni e servizi. Recentemente Bottega il segretario del Nursind, un importante sindacato degli infermieri, faceva notare che molti risparmi vantati dai direttori generali in Veneto sui quali sono misurati i loro incentivi, in realtà derivano da un maggior sfruttamento degli infermieri, dal non pagare loro le giuste retribuzioni, nell’impiegarli come tappabuchi.

Ma il punto è come evitare nuovi tagli? Per me si tratterebbe di accettare l’idea che nella sanità vi sono cattive spese che si possono recuperare, di giocare a carte scoperte, senza inganni, cioè individuando il contributo reale che la sanità può dare alla ripresa del paese, di chiarire bene le contropartite (invarianza dei diritti, riduzione certa della spesa corrente, maggiore governabilità del sistema, più salute per tutti) ma soprattutto di scegliere da che parte stare. Cioè se ci si limita a fare il portavoce delle Regioni (come sembra voler fare la ministra Lorenzin) che in sanità ne hanno fatto di tutti i colori, non cambieremo sostanzialmente niente e ci beccheremo nuovi tagli. Le Regioni in sanità, a parte le solite eccezioni, non hanno nessuna credibilità politica e oltretutto metà di esse già ora sono commissariate. Se diversamente ci si schiera dalla parte dei cittadini quindi dei diritti e dalla parte degli operatori che quei diritti sono chiamati a garantire, allora si deve cambiare e per cambiare alle Regioni qualche dispiacere bisogna darlo. Se ci limitiamo a dire come le Regioni che la sanità ha già dato, la partita è persa.

Tutti sappiamo che in sanità c’è molta roba da eliminare e da recuperare. Se diciamo, come fa la ministra su suggerimento delle Regioni, che si possono recuperare 10 mld in tre anni, mentiamo perché le possibilità di risparmio sono ben maggiori. Spendiamo 10 mld l’anno solo per la medicina difensiva una piaga a dir poco ignominiosa. Se pensiamo di convincere il governo a cambiare la sanità con il “patto per la salute” con le Regioni ci faremo ridere dietro perché questi patti sono sempre stati strumentali a conservare i poteri regionali.

Oggi i cambiamenti più importanti in sanità necessitano di seri interventi riformatori. La lotta alle diseconomie e alle anti economie è un modo per cambiare quindi rifinanziare la sanità. Non si può pensare di riformare la spesa sanitaria, senza rimuovere i bubboni del sistema: governabilità, quindi, ripensamento del titolo V, ripensamento del lavoro e delle politiche per il lavoro quale ricapitalizzazione del sistema, altro sistema di servizi cioè altro genere di tutela, politiche per la salute. Non si cambia la spesa senza un progetto di riforma e mi duole dirlo questo progetto non lo vedo né al Ministero né alle Regioni. Quello che vedo è la solita lagna sulle cure primarie, il territorio, i posti letto, l’assistenza domiciliare, i costi standard i ricoveri impropri ecc. Ora siccome dubito che le Regioni accettino di modificare il titolo V come dubito che lo facciano coloro che vogliono cambiare senza un pensiero riformatore, la vedo nera.

Per questo l’idea del convegno, si tratta di  ridare la parola ai veri protagonisti, di sbozzare una strategia realistica che si opponga al definanziamento della sanità pubblica.