Michela (nome di fantasia) era una giovane donna innamorata di un uomo che non la amava. Come tante altre ragazze, aveva scambiato il desiderio possessivo di lui per amore. Ogni volta che prendeva le botte, si diceva adesso basta, ma poi lui tornava, pentito e in lacrime le chiedeva di restare. E lei restava. Sono state la sua famiglia e la sua cultura a salvare Michela, portandola via da quel mostro, nonostante vili minacce di far del male a lei e ai parenti. Alla fine però ce l’ha fatta, Michela è libera e ha trovato anche il coraggio di denunciare.

Michela si è liberata di un aguzzino, dovrebbe essere una vincente della società, una salvata da una fine che sarebbe potuta diventare tragica, come di tante altre abbiamo letto. È invece una perdente, una sommersa, direbbe Primo Levi. Perché Michela è semplicemente finita in un’altra gabbia, quella della giustizia italiana. Una gabbia apparentemente meno feroce, ma senza vie d’uscita, che violenta l’anima e la mente delle persone. L’aguzzino di Michela è stato condannato in primo grado, riconosciuto colpevole, ma ha fatto appello, come in suo diritto. La Corte di secondo grado non ha ancora preso in mano il fascicolo, ma tra un anno scadrà la prescrizione.

Da sacrosanto istituto di garanzia, la prescrizione si è trasformata, per Michela e tante altre vittime, in una negazione del diritto. Michela sta perdendo la speranza nel proprio paese, a cui si era affidata per avere giustizia, un parziale risarcimento dopo tante torture subite. Il paese risponde picche, risponde che, nonostante il fatto sia già accertato, che quantomeno sulla “notizia di reato” non si possa discutere, che ci sia una sentenza di primo grado di colpevolezza, non ci si può far nulla. È la prescrizione bellezza! Così Michela perderà la speranza e altre come lei non denunceranno, un processo penale non è cosa semplice da sopportare, se poi il destino è già segnato, se c’è un muro invalicabile che chiude tutte le strade, a che pro imbarcarsi in un percorso pericoloso e complicato?

La prescrizione dovrebbe essere un istituto che eviti di far perdere tempo alla giustizia in reati vecchi di decenni, sui quali, per il tempo trascorso, è molto complicato portare alla luce la verità. In Italia è diventata un sistema per farla franca, un motivo per cui tentare ad ogni modo di prolungare i processi all’infinito, confidando nei mesi che passano e nella cronicità della lentezza del sistema giudiziario. Eppure questa traslazione da istituto di garanzia a istituto di non diritto, non è senza vittime. Sono migliaia di persone che subiscono delle perdite a causa di un reato e che non trovano giustizia in un’Italia che le ha abbandonate.

È chiaro che ciò non riguarda solo le vittime di violenza sessista, ma in questi giorni in cui celebriamo con grandi discorsi la festa della donna, colgo l’occasione per lanciare una sfida concreta  a tutte le senatrici e le deputate della Repubblica. Uniamoci e creiamo le condizioni perché quest’abuso non sia più possibile nel nostro paese. Modifichiamo la prescrizione per i reati più gravi, mafia, omicidi, terrorismo, violenza sulle donne e sui minori. Allineiamola con quella dei paesi europei, una volta iniziato il processo, questa non decorre più e si va a sentenza di terzo grado. Rincorrere per decenni i ladri di polli non serve a nessuno, fa spendere solo molti soldi allo Stato, ma nei casi più gravi dev’esserci la certezza della pena, non è più tollerabile un momento in cui, colpevole o non, il reato non esiste più, seppure in corso di giudizio.

Sono consapevole delle difficoltà che incontrerebbe una proposta del genere, in un Parlamento dove ancora molti hanno problemi con la giustizia, per questo mi rivolgo alle donne e agli uomini di buona volontà presenti nelle due aule, che sono la maggioranza. Per Michela prescrizione significherà sapere il suo aguzzino libero di continuare la sua vita come se nulla fosse, libero perfino di cercarsi un’altra donna. Per Michela prescrizione significa schiavitù. Noi abbiamo il compito, il dovere morale, di cambiare la storia.