Abbiamo capito lo stile di Matteo Renzi: ha provato a fare il governo “Leopolda” (Farinetti, Baricco…) e ha ripiegato sul governo dei fedelissimi (Mogherini, Boschi..), alcuni ministri di peso scelti senza grandi riflessioni, altri in base al requisito primario della fedeltà. Ora il premier deve occuparsi di nomine pubbliche: da mesi tace sull’argomento, con un distacco che non gli è più consentito. Perché le grandi manovre sono cominciate eccome.

Secondo quanto trapela, Renzi sembra avere fiducia solo in due manager, bravi e soprattutto amici: Andrea Guerra di Luxottica e Vittorio Colao di Vodafone. Il premier cerca l’effetto Leopolda anche qui, una botta di rinnovamento molto mediatica (si valuterà in seguito se uno capace di vendere occhiali o abbonamenti telefonici sa anche scavare pozzi petroliferi). Gli anziani top manager che temono di essere rottamati difendono le ragioni della continuità, basta leggere il retroscena di ieri su Dagospia – sito a lungo sponsorizzato dall’Eni – che sottolinea come Paolo Scaroni sia tutto sommato il migliore per l’Eni, sostenuto da Silvio Berlusconi, amico di Vladimir Putin, come si può pensare di sostituirlo nel mezzo della crisi Ucraina? Poco importa che l’Eni ormai sia cosa sua, dopo nove anni di mandato, che ci sia un’inchiesta per corruzione internazionale su di lui e che i risultati finanziari non siano eccitanti.

Anche gli altri usano argomenti simili: Fulvio Conti sta in Enel da 25 anni, da nove al vertice, ha senso metterci un novellino? Flavio Cattaneo ha costruito Terna da zero, perché allontanarlo? Alessandro Pansa guida Finmeccanica solo da nove mesi, già lo congediamo? Massimo Sarmi… bè, l’unica ragione per lasciarlo alle Poste dove sta da dieci anni potrebbe essere la privatizzazione in corso. Il punto non è rottamare o confermare in blocco. Ma stabilire criteri precisi: Luigi Zingales suggerisce di fissare obiettivi chiari, chi non li rispetta dopo tre anni di mandato viene congedato automaticamente, avanti il prossimo. Su lavoce.info Roberto Perotti chiede retribuzioni solo variabili (spesso i nostri manager si fanno assumere come direttori generali, per avere doppio stipendio e pensione) e un curriculum all’altezza, con esperienze nel privato e in più aziende, per essere sicuri che stiamo consegnando l’economia di Stato a persone competenti e non a portaborse.

La ripresa italiana dipende più dai manager che dai ministri. Renzi e Pier Carlo Padoan, che dal Tesoro è l’azionista di controllo, scelgano i nomi con attenzione, meglio se con un profilo internazionale, un’età non da pensione (la McKinsey congeda i vertici a 60 anni), e qualche esperienza in business non influenzati dalla politica. Ah, se si può, evitiamo indagati o condannati.

Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2014