Con rara consapevolezza e anche con una qualche ironia, Papa Francesco si è ribellato a quel racconto agiografico, sin quasi all’esaltazione, che le gazzette santificatorie tendono ad accreditare. Lo vive con fastidio crescente, al punto da non farne mistero con il direttore del Corriere della Sera che lo ha intervistato e che gli ha chiesto, appunto, di questa “francescomania” dilagante: “Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Quando si dice, per esempio che esce di notte dal Vaticano per andare a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorte di Superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo (magnifica espressione “dorme tranquillo”, ndr) e ha amici come tutti. Una persona normale”.

Con tutte le proporzioni del caso, ma molto del caso, è esattamente quello che sta accadendo con (e a) Matteo Renzi. Solo che nella vicenda del presidente del Consiglio, il dubbio che affiora è se egli si renda perfettamente conto di ciò che gli sta capitando, se non avverta come molesta e assai pericolosa quella deriva santificatoria che lo sta avvolgendo e se abbia dentro di sé le necessarie contromisure (da regimetto la poesiola degli innocenti bambini di Siracusa: “Facciamo un salto, battiam le mani, ti salutiamo tutti insieme Presidente Renzi…)

In un concetto, se al fondo del suo animo non ci creda davvero al ruolo di dispensatore di miracoli, cosa che in linea puramente logica spetterebbe al suo “collega” Francesco. Sul piano dei comportamenti e della quotidianità dei rapporti, infatti, il nostro premier sta assumendo esattamente la logica del pontefice: da una parte lavora (e sodo) alle riforme che gli permetteranno forse di non essere preso a pernacchie dalla storia, dall’altra si accredita come novello Roncalli quando raccontava ai fedeli: “Date una carezza ai vostri bambini e dite loro: questa è la carezza del Papa!”.

Naturalmente, i meccanismi di papa Matteo appartengono decisamente alla modernità, ma comprendono gli strumenti più banalmente cristiani, come l’esser buoni, amare i diversi da noi, avere la voglia di conoscere il vicino di banco e non solo chi, attraverso Facebook, sta a mille miglia da noi. Proprio su Fb ha impostato la sua ultima parabola, di fronte ai ragazzi di una scuola di Siracusa: “Qualsiasi messaggio su Facebook – ha detto – non vale la bellezza di un abbraccio fisico”.

(Oh no, caro papa Matteo, su questa frase c’è il copyright, questa doverla dirla il tuo collega Francesco!)  

Non solo. Come il collega d’oltretevere, Renzi non disdegna la telefonata random, quella che dall’altra parte smarrisce, sconcerta, fa sospettare dell’ennesimo scherzo telefonico per poi piangere di gioia quando ci si accorge che il Papa è quello vero: ma Francesco o Matteo?

La sua anima scout deve avere uno sbocco al mare, il cattolico (di destra) che è in lui essere rappresentato per l’inclinazione sociale che merita. Ma tutto questo non ha la minima attinenza con il lavoro quotidiano di un premier e se vogliamo mettere in parallelo le due personalità che molti maligni vorrebbero sostanzialmente identiche, noi che abbiamo conosciuto perfettamente il migliore dei due – nel senso del  culto della personalità – vi possiamo serenamente assicurare che il cavalier Silvio Berlusconi era immensamente meno paravento di Matteo Renzi. 

Era già tutto compreso nel peccato originale – l’arcinoto “Miracolo Italiano” – per cui non avere alcuna necessità di salvare anime, convertire peccatori, lasciare che i bambini venissero a lui. Del resto, oggi che a lui invece degli umani vengono i cagnetti, che con tutta probabilità lasceranno ampie tracce sui suoi abiti Caraceni, non lo riconosciamo più (e  fa sospettare che non sia più in sé il fatto che abbia lasciato che le sue badanti Rossi e Pascale abbiano fatto le scarpe alla persona più fidata e fedele della sua storia: Marinella Brambilla).

La vita professionale di Matteo Renzi dipenderà dunque da quanto “ci crede”. Ma anche, e forse soprattutto, da quanto si crede. Sospettando che la considerazione di sé sia già un filo più consistente di quella di Papa Francesco, gli consigliamo una telefonata al medesimo, naturalmente a sorpresa e senza farsi annunciare. “Santità, sono il Renzi, sì il Matteo…”

Veda la reazione e poi decida chi vuole essere.