Tempo fa, numerosi autori e blogger definirono l’incremento dei suicidi dovuti alla crisi una “bufala”. Ve lo ricordate? L’Istat, d’altra parte, si è sempre detta certa di un fatto: l’emergenza suicidi non è mai esistita. Ma è davvero cosi?

Gli studi scientifici che si sono occupati del tema in modo più analitico e meno frettoloso suggeriscono l’esatto opposto: la crisi ha aumentato i tassi di suicidio non solo in Italia, ma anche negli Usa, in Gran Bretagna, in Grecia, in Spagna, in Irlanda, in Francia, in Germania, in Polonia e in Ungheria.

Questi dati sono deprimenti, ma non sorprendenti. È storicamente risaputo che le recessioni economiche generano incrementi di suicidi, specialmente tra i maschi che perdono il lavoro o la propria attività commerciale. Così è successo negli Usa durante la Grande Depressione del 1929, nell’ex Unione Sovietica dopo il crollo del muro di Berlino e nei paesi nell’est Asiatico durante la crisi del 1997. In tempi di shock economico, gli incrementi temporali dei tassi di suicidio non sono un’eccezione, ma la regola.

Prima di parlare di “bufala dei suicidi” non sarebbe stato meglio leggersi la letteratura scientifica peer-reviewed?

grafico_suicidiL’evidenza empirica dice però anche un’altra cosa: l’aumento della disoccupazione non comporta necessariamente un incremento di suicidi. Uno studio sui paesi dell’Eurozona, pubblicato su The Lancet, ha mostrato che la correlazione tra disoccupazione e suicidi varia rispetto ai livelli d’investimento in protezione sociale. Nei paesi che investono di meno, la correlazione tra disoccupazione e suicidi è forte e positiva, mentre non è così in paesi come la Svezia, che investe molto di più nel settore sociale. In uno studio pubblicato su British Medical Journal, abbiamo osservato che questo è vero anche in Italia: nelle regioni che investono maggiormente in termini di spesa sociale come il Trentino Alto-Adige, la correlazione tra disoccupazione e suicidi è nulla o negativa.

Ma c’è di più. L’evidenza empirica mostra inoltre che le recessioni economiche non comportano necessariamente dei peggioramenti della salute se i governi s’impegnano a redistribuire il reddito in modo più equo. Tre paesi in particolare hanno sperimentato periodi di “de-crescita sana”, fasi storiche caratterizzate da riduzioni del prodotto interno lordo (Pil) pro capite e incrementi della speranza di vita: il Giappone negli anni ’90, la Finlandia e Cuba durante la crisi del 1989. Cosa hanno in comune questi tre Paesi? Quasi nulla, ma hanno una distribuzione del reddito più egalitaria rispetto ad altre nazioni con simile Pil pro capite.

Le implicazioni di queste ricerche e rilievi storici sono chiare. Se i governi nazionali e regionali vogliono davvero frenare o invertire la crescita dei suicidi, devono investire in protezione sociale e adottare politiche di redistribuzione del reddito. Queste riforme salverebbero vite umane e, allo stesso tempo, aiuterebbero l’economia a ripartire attraverso lo stimolo della domanda interna e dei consumi delle classi meno abbienti. L’Islanda ha mostrato chiaramente com’è possibile uscire dalla crisi, limitare i danni da un punto sanitario, e mandare in galera qualche banchiere responsabile della crisi che ha fatto “il lavoro di Dio”, per usare un’espressione di Loyd Blankfein, capo della Goldman Sachs.

La riduzione del debito pubblico, sia chiaro, è necessaria. L’austerità va bene, ma per i ricchi e gli speculatori che hanno causato la crisi, non per chi ne subisce le conseguenze. Credere di superare la recessione attraverso riforme “Robin Hood alla rovescia” imposte dalla Banca Centrale Europea (Bce) significa essere affetti da amnesia storica. Non sono state certo le privatizzazioni e le riforma del mercato del lavoro a spingere gli Stati Uniti fuori dalla crisi del 1929. I passi decisivi furono le riforme del New Deal e le politiche macroeconomiche di occupazione piena e redistribuzione del reddito adottate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Certo, quelli erano altri tempi. Keynes sperava di convincere i governi ad adottare, in periodi di pace, le stesse politiche economiche usate in tempo di guerra. Il suo tentativo fallì, ma alcune delle sue ricette macroeconomiche furono in parte adottate, durante gli anni più prosperi del capitalismo (1945-1971). Non è un caso se in quel periodo storico il gap tra ricchi e poveri era molto meno ampio rispetto a oggi.

 Eppure qualcosa si muove sotto il sole finanziario mondiale se perfino il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) suggerisce di tassare i ricchi per uscire dalla crisi. Sono forse gli orizzonti nebulosi delle nuove “albe dorate” ad aver convinto chi ha difeso per anni gli interessi dei top 1% a cambiare idea? Un po’ di austerità per le classi che hanno guadagnato grazie alla finanziarizzazione dell’economia non potrà che far bene a tutti. L’alternativa è rischiare di ripetere la storia. Come scrisse Rousseau, “quando le persone non avranno più nulla da mangiare, si mangeranno i ricchi”.