“I più bei monti formati da Dio”, scrisse Tommaso Landolfi delle Alpi Apuane. Che però sono preda dell’estrazione selvaggia del marmo, di una devastazione senza pari. Un esempio tra i tanti: il passo della Focolaccia, sotto il roccioso monte Tambura, negli ultimi anni è stato abbassato di cinquanta metri. Varrà la pena di ricordare la questione per sommi capi. Le concessioni sono assegnate senza gara, per un tempo lunghissimo, e sono pure rinnovabili. Dissesto idrogeologico. Inquinamento delle falde acquifere e dei fiumi. Polveri e malattie polmonari. E tutto questo per cosa? Per farne dentifricio: dal ’92 in avanti, infatti il grande business delle multinazionali sono le scaglie di marmo che servono a produrre il carbonato di calcio per l’industria della carta, dei mangimi, dei cosmetici – anche per interrare i rifiuti tossici, occasionalmente. Per produrre le scaglie basta una macchina con due addetti (l’occupazione nel settore della cave è diminuito drasticamente: in un secolo del resto si è passati da 14.000 occupati nelle cave ai circa 1.000 attuali, mentre la produzione in blocchi è passata da 200.000 tonnellate alle attuali 1.400.000), e si distrugge una montagna in pochissimo tempo. Poi il prodotto – marmo o carbonato – lo si porta via: nemmeno una filiera produttiva esiste più in terra apuana. Restano solo le montagne distrutte. Questo si chiama: colonialismo. Le multinazionali esercitano un ricatto forte sui deboli poteri locali: la vostra economia è povera, e se ce ne andiamo via noi per voi è peggio.

L’argomento del ricatto occupazionale è tornato in tutta la sua potenza negli ultimi tempi, di fronte al Piano paesaggistico della Regione toscana, il quale si pone finalmente l’obiettivo di una progressiva chiusura delle cave operanti nell’area del Parco delle Apuane, ovviamente con opportuni ammortizzatori e riconversioni. Ora, secondo voi come ha reagito il presidente del Parco, colui che il buonsenso vorrebbe essere il suo difensore?  E’ insorto in difesa delle cave e dell’occupazione che essa genererebbe. Abbagliante paradosso. Dopo il presidente, sono insorti ovviamente gli industriali, con un duro comunicato: e ciò che colpisce di più è la retorica della “comunità”, dove il marmo viene celebrato nella sua dimensione storica, oltre che in quella artistica, come se chiudere cave fosse un affronto alla storia del popolo apuano. Peccato che, a fronte di tanta retorica, la comunità apuo-versiliese del marmo benefici ben poco: dei profitti derivanti da quel business somme irrisorie restano alla comunità”, la quale anzi nel corso dei decenni si è dovuta sorbire enormi costi per ovviare ai danni ambientali. E’ davvero disturbante questo utilizzo strumentale delle memorie antiche dei cavatori e la bellezza dell’arte per giustificare l’attuale brutale rapina e devastazione dei monti.

Perciò domenica chi dice no alle cave sarà a Campocecina, sopra Carrara, dalle 11, per una “escursione sui sentieri della distruzione”, per difendere l’anima delle Apuane, e per proporre un’economia alternativa che faccia rinascere una comunità vera