Il neo-ministro dell’istruzione Stefania Giannini ha rilasciato al Messaggero un’intervista nella quale ha indicato quelle che, secondo Lei, dovrebbero essere le linee guida per la scuola italiana: merito e valutazione. Non poteva cominciare peggio, con frasi fatte non solo vuote e banali, ma anche sottilmente classiste, che squalificano chi le pronuncia e chi le apprezza.

Voglio provare a parlare al ministro dei compiti e delle priorità del suo ministero. La scolarità dell’obbligo in Italia si estende per un decennio, dai sei ai sedici anni di età. Anche senza avere i dati precisi certamente disponibili al Ministro, all’interno di questa fascia di età non può trovarsi meno di un quinto della popolazione italiana: diciamo dieci milioni di ragazzi. Se aggiungiamo la Scuola dell’Infanzia, gli ultimi anni del Liceo e l’Università abbiamo verosimilmente una popolazione di quindici milioni di utenti del sistema istruzione. La Sua prima priorità, Signora ministro, è assicurare a questo enorme numero di utenti il fabbisogno di risorse: aule, docenti, biblioteche, laboratori, servizi. Esistono queste risorse?  Hanno una qualità accettabile? Se Lei, Signora ministro, intendesse “valutare” per cercare le carenze e le situazioni di disagio allo scopo di porvi rimedio, investendo le necessarie risorse economiche, avrebbe fatto il primo passo per uscire dagli slogans ed entrare nella realtà dei suoi doveri.

Supponiamo di farla questa valutazione, Signora ministro. Cosa si aspetta di trovare? Senza avere i suoi dati, le dico soltanto le cose più ovvie, che io tocco con mano tutti i giorni: le strutture che si trovano nei contesti sociali non disagiati funzionano meglio, hanno maggiori risorse, e i docenti che vi insegnano ottengono i risultati formativi migliori. Mi permetta di citarle un esmpio piccolissimo, tratto dalla mia esperienza personale: insegno la stessa materia in due corsi di Laurea in Infermieristica: uno al Policlinico Umberto I di Roma, l’altro in convenzione con l’ospedale di una cittadina del sud pontino. A Roma il corso è inserito nelle strutture della Sapienza: gli studenti, se vogliono, hanno accesso a biblioteche, musei, laboratori didattici e di ricerca, etc. Nella cittadina pontina hanno a malapena un’aula. In quale corso, secondo Lei, Signora ministro, io risulto docente migliore, con maggior “merito”? Eppure sono sempre io, in entrambi i corsi. Lei pensa, signora ministro, che sia possibile e sensato valutare i docenti a prescindere dalle risorse che gli vengono messe a disposizione, e dal contesto sociale nel quale operano?

“Valutare” per migliorare il sistema significa investire sul demerito, cioè usare risorse per migliorare le situazioni peggiori, ed è antitetico a premiare il “merito”. Io so benissimo che per risultare “migliore” in tutte le valutazioni escogitate in passato dal Suo ministero con la complicità dell’Anvur, la Sua agenzia di valutazione, la prima cosa che mi converrebbe fare è lasciare l’insegnamento periferico: sapesse quanti miei colleghi fuggono o sono già fuggiti dalle situazioni didattiche disagiate!

Non solo le sedi periferiche costano al docente tempo, fatica e denaro; ma sono anche quelle nelle quali si ottengono i risultati meno gratificanti e le valutazioni peggiori: ci sono più studenti che abbandonano gli studi e la preparazione di quelli che restano è meno valida di quella che si ottiene nelle sedi centrali. Pensi soltanto a cosa significa avere o non avere a disposizione una buona biblioteca! 

Perché, secondo Lei, ci sono ancora docenti che non cercano di fuggire dalle sedi didattiche svantaggiate? Non certo per la Sua “valutazione” ed il Suo “merito”, signora ministro: chi cerca valutazione e merito cerca anche le sedi migliori e contribuisce alla Sua visione elitistica del sistema istruzione. Questi docenti, Signora Ministro, accettano le sedi disagiate, perché loro laggiù sono lo Stato: offrono ai ragazzi l’alternativa tra imparare un mestiere qualificato e il sottoimpiego, la disoccupazione o addirittura la camorra. Ci aveva pensato Signora ministro?