Per varie ragioni scrivo questo post a distanza di un mese dai fatti di cui tratta. D’altra parte non potevo esimermi dal commentare su questo blog una questione che coinvolge direttamente sia la testata che lo ospita, Il Fatto Quotidiano, sia il movimento di cui esso tratta, Tea Party Italia.

I fatti in breve: a seguito di un dibattito radiofonico con Carlo Sandrin (indipendentista veneto animatore del locale gruppo Tea Party), l’ex magistrato Bruno Tinti ha impreziosito la versione cartacea del Fatto Quotidiano con un articolo del 23 Gennaio intitolato: “Ci mancava il partito dell’evasore dichiarato”, in cui descrive il capitolo italiano del movimento internazionale Tea Party non solo come un partito politico (cosa che non è, non è mai stato e non sarà mai), ma addirittura come una “associazione a delinquere” (parole testuali), che svolge una “attività criminosa” (parole testuali) e i cui aderenti dovrebbero essere messi “in prigione” (parole testuali).

Non è mia intenzione trattare ulteriormente il tema dell’evasione fiscale (sarei ripetitivo), né ovviamente intendo battibeccare con Tinti (le polemiche tra blogger e magistrati, in Italia, presentano precedenti poco rassicuranti: non voglio certo verificare di persona se la regola si applichi anche alle discussioni tra neo-blogger ed ex-magistrati). Mi limito invece a rivolgergli l’amichevole consiglio di informarsi meglio su tre argomenti: la storia americana, i residui fiscali e i suoi “colleghi”.

Punto uno: storia americana. Nella replica si è spiegato a Tinti che il movimento Tea Party non si configura come partito politico, né nei nativi States né in quei paesi in cui ha successivamente attecchito (Italia compresa), bensì come una piattaforma trasversale, distribuita e aperta, di protesta contro l’eccessivo intervento statale nell’economia, sulla base della quale singoli militanti e gruppi locali si formano spontaneamente e agiscono in totale autonomia, senza alcuna dipendenza formale dalle eventuali associazioni che supportano la diffusione del modello. “Se non è un partito non chiamatelo Tea Party”, ha a quel punto obiettato Tinti con prontezza. Peccato che il termine “party” nel nome non significhi affatto “partito”: il movimento (originato da alcune proteste variamente nominate organizzate contro le politiche stataliste di George W. Bush) ha preso la sua denominazione definitiva a seguito dello sfogo di un giornalista televisivo, che invocava “un nuovo Tea Party” per il suo paese. Il riferimento è all’episodio storico in cui i coloni americani hanno buttato in mare le casse di tè per protestare contro l’eccessiva pressione fiscale (scintilla di ribellione da cui è nata la Guerra di Indipendenza), chiamato ironicamente “tea party” dagli americani per alludere ad un movimentato “ricevimento del tè”.

Punto due: residui fiscali. Dopo aver condannato alla galera l’intero movimento, Tinti entra nel merito dell’augurio espresso da Sandrin di una indipendenza fiscale del Veneto: “Non abbiamo soldi, voi del Veneto non ce li avete dati e noi dobbiamo pensare a quelle regioni che invece hanno pagato. D’altra parte non siete voi che avere sempre sostenuto il federalismo fiscale? Sicché, da domani, niente scuole, niente ospedali, niente manutenzione delle strade, niente uffici pubblici, niente raccolta rifiuti, soprattutto niente polizia e niente magistratura.” Il motivo per cui la proposta di Tinti è decisamente interessante si può trovare integrando le serie Istat, Rgs e Demo-Istat per il 2012 (su dati precedenti si trovano comunque autorevoli approfondimenti quiqui e qui). La differenza tra imposte prelevate sul territorio veneto e spese complessive regionalizzate (e per “complessive” si intendono tutte le spese eccetto quelle riferite agli interessi passivi sul debito: comprese quindi tutte quelle citate da Tinti, dalle scuole ai tribunali) ammontava quell’anno a 14,690 miliardi di euro (ed è aumentata negli ultimi due anni). Vuol dire che se a erogare gli stessi “servizi” (a parità di “qualità” rispetto a quella oggi garantita dallo Stato centralista italiano) fosse direttamente il Veneto, senza intermediazioni, ad ogni suo abitante rimarrebbero in tasca più di 3.018 euro in più all’anno! Certo: l’offerta di Tinti sarebbe ben più allettante per gli abitanti della Lombardia, ma anche i veneti dovrebbero farci un pensierino.

Punto tre: “colleghi”. Oltre che azionista e nota firma de Il Fatto Quotidiano, Tinti è anche un blogger sulla versione online del medesimo, che ospita anche queste stesse righe, scritte dal portavoce di quella che lui definisce una “associazione a delinquere”. Preciso che si tratta di una coincidenza e che non esiste alcun rapporto diretto: non vorrei mai che Tinti rischiasse di essere accusato di “concorso esterno a movimento Tea Party”!!!