Il funambolico Matteo Renzi ci ha presentato la sua squadra con i fasti di un evento “son et lumières”: sorrisi ammalianti, nidiate tricolori, cascate di flash su griffes impeccabili. Ma il suo delfino Delrio si è dovuto subito dopo occupare delle biografie di ministri e ministre sicuramente non inappuntabili. Così sospette, da convincermi che il nuovo governo sia nei suoi punti chiave schierato manifestamente contro i 27 milioni di cittadini che hanno votato sì ai referendum del 2011 e risulti ostile a quei movimenti per la pace e la sostenibilità legittimati da una forte partecipazione dal basso. Partecipazione radicata, che una domenica di primarie con due milioni di consensi una tantum dovrebbe comunque rispettare, se non riconoscere come risorsa e valore.

Oltre alla riconferma di Lupi, pro-grandi opere e pro-Tav, le new entries Galletti e Guidi, che muoveranno le risorse economiche più importanti per la politica industriale, l’energia, l’ambiente, e il clima, si sono fin qui contraddistinte a favore della privatizzazione dell’acqua e del ritorno del nucleare e non danno segni di ripensamento. Pinotti, a sua volta, è ben nota nell’ambiente militare e industriale – in particolare in Finmeccanica e Fincantieri – per essere pro-industria bellica, in buona continuità con il suo predecessore Mauro. Ma andiamo con ordine.

Gianluca Galletti, neo ministro dell’Ambiente, è un commercialista che non ha mai masticato ambiente in vita sua. Proseguirà la tendenza della Prestigiacomo e di Clini in direzione di una industrializzazione dell’Ambiente: a favore delle energie fossili, per la privatizzazione dell’acqua, a sostegno della fusione finanziaria delle utility pubbliche rimaste. Mirabolanti le dichiarazioni rese sull’acqua pubblica: “I partiti che hanno sostenuto il referendum sull’acqua e le Regioni che hanno proposto ricorso alla Corte Costituzionale si devono ora assumere la responsabilità di aver causato un danno enorme al Paese nel suo momento più difficile.” E non sono da meno quelle sul nucleare, quando, candidato alle regionali dell’Emilia Romagna dichiarava: “Se mi dimostrano che in tutta Italia il sito più sicuro e più economico è in Emilia-Romagna io non avrei timore a mettere un reattore nucleare proprio qui.”

Federica Guidi, neo ministro per lo Sviluppo economico, già beccata per una cena ad Arcore da Berlusconi, per parlare anche di una sua possibile candidatura con Forza Italia alle prossime europee, è inconflitto di interessi con Enel, Poste, Ferrovie per l’azienda di famiglia da cui si è prontamente dimessa, la Ducati Energia. Dice del suo incarico Stefano Fassina, ex vice ministro dell’Economia: “Il potenziale conflitto di interessi è del tutto evidente. Ma oltre a questo mi preoccupa la visione del ministro sulla politica industriale, la sua idea di rilanciare il nucleare, la sua contrarietà al ruolo dello Stato nell’economia.”  Nota per aver sostenuto l’abolizione del contratto nazionale di lavoro da sostituire con accordi individuali, ha attaccato le municipalizzate ancora a prevalenza di capitale pubblico e sostenuto con decisione il passaggio in mano privata delle fasi più remunerative del ciclo integrato dell’acqua.

Roberta Pinotti, neo ministro alla Difesa, sostiene la funzione dell’organizzazione e dell’intervento militari per l’aiuto che forniscono in tutti gli eventi calamitosi. Contraria alla riconversione dell’industria bellica, arriva ad affermare: “Se si decidesse che non è ‘etico’ avere un’industria militare, dovremmo rinunciare a una quota dell’uno per cento del prodotto interno, che dà lavoro a 50mila addetti diretti e a 150mila nell’indotto. Auspico investimenti nella ricerca e nello sviluppo dell’alta tecnologia militare da riversare nei dispositivi civili”. Come insegna l’avventura F-35.

Accanto alla Mogherini, grande fautrice dell’integrazione fra Nato ed Unione Europea, darà filo da torcere ai sostenitori dell’inutilità dell’acquisto dei caccia F-35 ed Eurofighter.

Quando Delrio dice che “sui ministri tecnici non abbiamo chiesto a nessuno per chi votavano e non ci interessava saperlo, ma sapere cosa avrebbero fatto nel settore in cui si sarebbero impegnati”, tenta di glissare sul significato politico delle designazioni antireferendum e antidisarmo, che, in quanto a contenuti, parlano più chiaro degli opportunismi e della volatilità del voto.