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Governo Renzi, tra Confindustria e Coop l’esecutivo nasce nel segno delle lobby

Entrano nell'esecutivo Padoan, Poletti e Guidi. E' dal tavolo di quest'ultima, salita al ministero dello Sviluppo - figlia di Guidalberto che non ha mai nascosto le simpatie berlusconiane - che passeranno i dossier su frequenze tv e digitale, core business dell'impero berlusconiano

Governo Renzi, tra Confindustria e Coop l’esecutivo nasce nel segno delle lobby

Potrebbero essere chiamati i magnifici tre. Uno. Federica Guidi, industriale appassionata dei best seller di Giulio Tremonti, figlia di Guidalberto, imprenditore storicamente vicino al centro destra – poche sere fa è stato avvistato a cena ad Arcore – amica dell’ex ministro Pdl Maurizio Sacconi, e favorevole all’abolizione dell’articolo 18. Due. Giuliano Poletti, già sindaco e segretario della federazione del Pci di Imola, dal 2002 presidente di Legacoop. E tre. Pier Carlo Padoan, ai tempi consigliere di Massimo D’Alema e di Giuliano Amato, direttore di ItalianiEuropei, la fondazione legata allo stesso D’Alema, capoeconomista prima del Fondo Monetario Internazionale e poi dell’Ocse, finito pochi mesi fa a dare i numeri sull’Italia (Istat).

In comune hanno Matteo Renzi, che li ha nominati rispettivamente ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e dell’Economia. Rappresentano di fatto l’evoluzione 2.0 del governo di larghe intese. Un po’ di tradizioni e legami delle coop rosse e del terzo settore, miscelati con l’imprenditoria che non disdegna la delocalizzazione. Il tutto condito con la politica del cacciavite che piace ai contabili di Stato che amano la crescita ma sempre con una spruzzata di rigore. Insomma, che cosa uscirà dai tre ministeri economici del governo Renzi è ancora presto per dirlo. Certo sarà frutto del primo esperimento di dicasteri geneticamente modificati.

Sono stati infatti in molti a stupirsi quando hanno sentito il nome della Guidi allo Sviluppo. Nel 2012 circolò la voce di una sua nomina come numero due di Silvio Berlusconi nella ri-nascente Forza Italia. Lei smentì. O meglio ebbe a dichiarare: “La politica è una cosa molto lontana da me, ma nella vita vale per tutti mai dire mai. Io sono una fatalista”. Tant’è che il fato l’ha portata ora in via Molise dove tra le partite più grosse che dovrà affrontare (oltre ai 160 tavoli aperti di crisi aziendali) c’è la questione delle frequenze tivù del digitale terrestre, lo scorporo della rete Telecom, la riorganizzazione della rete dei distributori di carburanti e la riforma del mercato dell’Rc Auto. Per non dimenticare lo sviluppo dell’agenda digitale fondamentale per le aziende. A meno che non le si voglia far scappare all’estero. Tema a lei caro. Nel 2005 in un’intervista rilasciata al Giornale assieme al padre sentenziò che per “restare competitivi dobbiamo avere un basso costo del prodotto. Quindi un basso costo della manodopera. In Italia il costo varia dai 18 ai 21 euro, in Croazia è di poco superiore ai tre, in Romania è inferiore a un euro”. Strada percorsa con successo come dimostrano le aziende di famiglia. Ora da ministro forse avrà cambiato idea anche perché difficilmente riuscirà ad andare d’accordo con Padoan. Pur condividendo l’allergia con l’articolo 18, l’ex uomo dell’Ocse nel suo recente rapporto Going for growth ha delineato la strategia di crescita dell’Italia. Consiglia di ridurre il cuneo fiscale. E di aumentare la protezione sociale delle categorie più deboli. Passando dalla tutela del posto di lavoro a quella del reddito. Addio posto fisso, insomma, ma buste paga decisamente più ricche. Non certo paragonabili ai livelli della Romania e per fortuna.

Più o meno lo stesso vocabolario del neo ministro al Lavoro che in una recentissima intervista ad Avvenire ha benedetto il Jobs Act di Renzi. Soprattutto l’idea di garanzie progressive. “Tutti gli elementi che facilitano l’ingresso nel mercato del lavoro, in particolare per i giovani, vanno giudicati positivamente: dagli incentivi per assumere under 30, all’introduzione del contratto d’inserimento a tutele progressive”, ha dichiarato Poletti. “Assieme a queste proposte contenute nel documento di Renzi, bisogna promuovere l’autoimprenditorialità. Un’altra idea interessante può essere quella di sfruttare la leva del servizio civile. L’esperienza passata ci insegna che in quel campo ci sono molti sbocchi professionali”.

Piuttosto che restare a casa senza lavoro fino a 35 anni, un giovane potrà dedicarsi al volontariato per fare formazione e prepararsi al mercato del lavoro. Da chiarire come camperà e con quale busta paga. Dettagli a parte, la magia di Renzi sembra aver trovato tra i tre ministri più punti in comune di quanto i rispettivi curricula potessero fare pensare. Senza dimenticare l’effetto ricaduta sulle coperture politiche. Dopo due mesi di martellamento contro il governo Letta, la Confindustria di Giorgio Squinzi probabilmente cambierà registro. La Guidi farà da garante. Per l’altra metà di Confindustria, quella legata a Montezemolo, il neo premier non ha certo bisogno di garanzie. Sul fronte riforme fiscali e tasse potrà dirsi in una botte di ferro. L’Europa ha un filo diretto con Padoan tanto quanto il presidente della Repubblica Napolitano via Giuliano Amato. Infine il mondo delle Coop rosse si trova a riconquistare il proprio posto al sole. Dovrà solo fare un po’ di spazio a Cl. Ma lì lo sguardo resta rivolto (Maurizio Lupi è stato confermato ministro) alle infrastrutture.  


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