Sfido io a trovare qualcuno che da bambino non abbia avuto tra le mani quei celebri mattoncini, dando sfogo all’immaginazione per costruire qualcosa o seguendo le istruzioni per l’assemblaggio fornite nel kit. Lo dice il nome stesso, Lego, unione delle parole danesi “leg godt“, in italiano “gioca bene“. Un gioco che fin dal suo esordio ha stimolato la creatività di intere generazioni e diverse culture.

Da quando la casa produttrice di giocattoli, fondata da Ole Kirk Christiansen, ha iniziato a produrre le famose costruzioni assemblabili, il mondo dei Lego ha avuto più volte l’occasione di incontrare quello dell’arte, con la creazione di statue, mosaici e opere provocatorie, come quella di Zbigniew Libera con la sua serie intitolata “Campo di concentramento Lego” o dell’artista italiano Stefano Bolcato che nel 2007 ha dipinto dei tableaux vivants con personaggi Lego coinvolti in fatti di cronaca.

Non sono mancate le incursioni nell’universo musicale, come nel caso del videoclip di “Fell in Love With a Girl” dei The White Stripes, di cui il regista Michel Gondry digitalizzò le immagini reali ricalcandole con quelle dei celebri mattoncini. Era inevitabile quindi che prima o poi la creatura di Christiansen sbarcasse al cinema.

Per realizzare un film legato a un marchio dalla storia così affascinante ci voleva un’idea all’altezza e la Warner Bros. ha scelto Phil Lord e Cristopher Miller per scriverne e dirigerne la trasposizione cinematografica. I due registi già per il loro primo film di animazione Piovono Polpette, avevano deciso di omaggiare il genere “catastrofico”, da Armageddon a Independence Day, citando i grandi classici in una parodia celebrativa. L’impianto in The Lego Movie è il medesimo.

Il marchio Lego nei decenni era già entrato a far parte del mondo del cinema, applicato a saghe di successo come Batman, Star Wars, Il Signore degli Anelli o Pirati dei Caraibi, una carrellata di volti noti che ritroveremo in diversi camei all’interno del film, al fianco di Emmet, il protagonista. Sì, perché la storia, dal semplice impianto narrativo di eroe/antagonista, ruota attorno al più comune dei personaggi, un operaio di Brick City devoto alle istruzioni del Presidente Business, il perfetto antieroe assetato di potere, interpretato in originale da Will Ferrel. È sui compagni di viaggio del banale pupazzetto che si sviluppano le scene più esilaranti, dall’anziano Vitruvius, a cui dà la voce Morgan Freeman a Wyldstyle, doppiata da Elizabeth Banks, passando per Batman e Unikitty, è un susseguirsi di scene esilaranti in cui le citazioni si sprecano.

Si ride di gusto, almeno per tutta la prima parte del film nella quale si ammicca a riferimenti pensati per un pubblico adulto, fino ad arrivare alla morale del “siamo tutti speciali e anche i cattivi possono essere buoni” ripetuta fino all’eccesso nella seconda parte e che purtroppo tende a far calare non poco la tensione comica, come se gli autori avessero dovuto ridimensionare un prodotto pensato e venduto per un pubblico decisamente giovane.

Se c’è un punto su cui il film è inattaccabile è quello tecnico. L’animazione è il fiore all’occhiello della pellicola, realizzato dall’Australian Animal Logic sotto la stretta direzione di Chris McKay che ha reso possibile un lavoro apparentemente realizzato in stop-motion ma che in realtà si avvale delle più avanzate tecniche di Cgi, che rendono realistici e dinamici i movimenti dei mattoncini. Non a caso ci sono voluti ben cinque anni per completarlo, di cui 28 mesi solo per l’animazione in digitale, un percorso lunghissimo che è stato ripagato con un risultato stratosferisco al box-office, dove ha incassato circa 50 milioni di dollari soltanto negli States.

In definitiva, nonostante la conclusione buonista che lo ricolloca nel tipico target per famiglie, il film, al cinema dal 20 febbraio, vale il prezzo del biglietto anche solo per il piacere visivo che si ha di fronte a un prodotto tecnicamente perfetto e per le perle di comicità disseminate con generosità, che faranno ridere gli adulti fors’anche più dei bambini.