Il 2013 è stato l’anno dei mercati: tutte le borse del mondo – eccezion fatta per il “borsellino” di Milano, inguaiato dalla crisi economica che ci soffoca ormai da un quinquennio – hanno ritrovato e abbondantemente superato i massimi toccati prima che esplodesse il bubbone di Lehman Brothers.

Anche quest’anno la festa sembra non voler finire e nemmeno la recente decisione della Fed di cominciare a ridurre le operazioni di Quantitative Easing, sembra aver rovinato l’atmosfera.

Anzi, come accade spesso quando l’ottimismo mobiliare impera, anche questa scelta è stata accolta come una buona notizia, o meglio, come la logica conseguenza della robustezza della ripresa economica americana.

Ovviamente non mancano i commentatori (come Fabio Scacciavillani, sempre sapidissimo, proprio su questo giornale) pronti a metterci in guardia contro il rischio di una politica monetaria troppo lontana dal tasso di crescita reale dell’economia né i profeti di disastri prossimi venturi (a questo proposito, leggete la splendida intervista di Art Cashin, che vi terrorizzerà senza alcuna pietà, come sa fare solo un cinico giocatore d’azzardo apparecchiato sullo stomaco con moquette di prima qualità).

E allora che si fa? Continuiamo ad essere ottimisti o corriamo in banca a prelevare i risparmi prima che sia troppo tardi? Io credo che, come al solito, la verità stia nel mezzo: se è vero che l’enorme massa di liquidità immessa sul mercato dalle principali banche centrali non può non essere concausa del felice andamento dei mercati, è anche vero che molti economisti usano metriche antiquate e inadeguate per spiegare la rischiosità intrinseca della politica monetaria.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un’evoluzione senza precedenti delle dinamiche di interrelazione dei mercati nazionali: le economie – complice l’era digitale e il progressivo abbattimento delle barriere doganali – si saldano ormai in una rete impossibile da districare; questa trama fittissima implica, da un lato, un maggior pericolo di propagazione globale delle crisi locali ma, dall’altro, indubbi effetti positivi troppo spesso sottovalutati dagli amanti della “supply-side economics”. 

La Fed ha dimostrato di aver ben compreso questo fenomeno e, pur avendo ben presenti i rischi inflattivi naturalmente connessi con l’incremento della quantità di moneta, sta gestendo da ormai 5 anni la base monetaria all’interno di un quadro macroeconomico di riferimento di dimensione globale, trattando il dollaro non più come valuta domestica, ma come riserva di valore nello scambio internazionale: il valore stesso della moneta, in altre parole, non è più (o meglio, non soltanto) un concetto correlato con il potere d’acquisto, quanto piuttosto una misura della capacità degli americani di rimborsare il debito pubblico utilizzando la propria valuta.

Mi spiego meglio. Quando la Fed stampa, non guarda (soltanto) al prezzo del Big Mac, ma prima di tutto al cambio e alla correlata capacità del Governo Federale di utilizzare dollari per ripagare i Treasuries: il presupposto politico alla base di questa prassi è che se Nike produce le sue scarpe a 1 dollaro al paio nel Guangdong invece che a 20 dollari a Seattle, contribuendo ad abbattere l’inflazione a spese dei lavoratori americani, non è affatto sbagliato – almeno finché i sottoscrittori del debito pubblico Usa accettano di essere rimborsati in dollari – stampare a volontà e dare fiato alla spesa pubblica (che almeno in parte allevia le condizioni di quegli stessi lavoratori americani).

In poche parole la Fed si è resa conto che i confini dell’economia domestica non condizionano più le metriche dell’inflazione

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché i falchi di Francoforte non fanno lo stesso? Perché, invece di lambiccarsi il cervello sul rischio che il würstel in Bassa Sassonia superi i 30 cents al pezzo, non provano a fare un po’ di concorrenza alla Fed? Perché non puntano a fare dell’Euro il dollaro del futuro?

E, soprattutto, perché i Governi nazionali dell’Area Euro subiscono passivamente questo modo scellerato di gestire il rischio inflattivo?

Perché i Poteri Forti lo impediscono, direte voi… E no! Invece no! Anche i Poteri Forti si sono scocciati della psicopatologia monetaria della Bce e qualche giorno fa hanno tramato affinché l’Fmi finalmente dicesse quello che tutti pensano, ma nessuno ha il coraggio di spiegare alla Bundesbank: occhio che rischiamo la deflazione globale!

E allora qual è la vera risposta? Francamente non lo so, ma sempre più spesso mi viene in mente questa splendida frase di Carlo Maria Cipolla:  “Alcuni individui ereditano notevoli dosi del gene della stupidità e grazie a tale eredità appartengono, sin dalla nascita, all’élite del loro gruppo”.