Operai che si ammalano per le condizioni di lavoro nel maggior gruppo industriale del Paese e un regista che con fondi privati e, per un quarto, con il crowdfundig raccoglie i finanziamenti per un film di denuncia.

Ecco Another Promise da giovedì nelle sale sudcoreane. Sullo schermo è raccontata la storia di Hwang Yu-mi, dipendente di un impianto per la produzione di semiconduttori, entrata alla Samsung nel 2002 e morta cinque anni dopo di leucemia. Un caso come altre decine che, secondo le famiglie dei morti (nella foto una manifestazione risalente al 2010), pesano sul colosso sudcoreano, uno dei grandi conglomerati che dominano l’economia sudcoreana, forti dell’essere stati gli strumenti per la modernizzazione e l’industrializzazione del Paese tra gli anni ’60 e ’90 del secolo scorso, e con ramificazioni che toccano settori disparati, dal commercio al manifatturiero. In questo ambiente la Samsung è il più grande, tanto da contribuire da sola a un quinto del prodotto interno lordo della quarta economia asiatica.

Anche per questo il lavoro di Kim Tae-yun può essere visto come la lotta di Davide contro Golia. Un film denuncia che ha richiesto alcune precauzioni per evitare cause legali. Nel film, ad esempio, la società sotto accusa è chiamata Jinsung. Ma il riferimento alla Samsung è chiaro già dal titolo, Another Promise, che riprende uno degli slogan più in voga del gruppo, Another Family.

I lavoratori e le loro famiglie legano la malattia all’esposizione alla sostanze chimiche utilizzate negli impianti. Una tesi che non trova concordi né la Korean Workers’ Compensation and Welfare Service (KWCWS) né naturalmente la Samsung, che difende le condizioni di sicurezza e di lavoro all’interno dei propri impianti e che a marzo del 2012 ha pubblicato un rapporto al riguardo realizzato dalla società di consulenza Environ e rivendica i risultati ottenuti dagli studi delle agenzie governative. “Proteggere la salute e la sicurezza dei dipendenti è una nostra priorità”, spiega una nota dell’azienda.

Negli ultimi sei anni sono state presentate almeno 39 richieste di risarcimento, ha spiegato Lee Jong-ran, avvocato e attivista per la tutela dei lavoratori, citato dall’agenzia France Presse. Di queste, al momento, soltanto tre sono andate a buon fine, 15 sono ancora in attesa di risposta e le restanti sono state rigettate. Tuttavia secondo una sentenza del 2011, le sostanze chimiche sono legate al sorgere, o almeno hanno contribuito ad accelerare, la malattia.

Accolta con favore lo scorso ottobre al Busan Film Festival, secondo l’organizzazione statunitense Freedom House l’opera di Kim è stato un passo avanti nella tutela della libertà d’espressione del Paese. Quella sudcoreana è democrazia che ha poco più di 25 anni, in cui tuttavia sia lo stato di guerra con il Nord sia alcune vicende storiche, come appunto il ruolo dei conglomerati nell’economia, continuano a essere temi attorno ai quali sono messi paletti.

Nonostante l’interesse del pubblico sul tema, non sono mancati i problemi di distribuzione. In totale sarà proiettato in un centinaio di sale, un terzo di meno di quanto ci si potesse aspettasse. Il quotidiano progressista Hankyoreh ha denunciato ad esempio la riduzione delle proiezioni nelle sale Megabox, passate da 15 a 3. Un taglio deciso due giorni prima dell’uscita del film, e poi revocato una volta uscito l’articolo, con le sale passate addirittura a 22. La riduzione, ipotizzano i critici, potrebbe avere motivi che poco hanno a che fare con ragioni commerciali. L’Hankyoreh sottolinea come Megabox sia per metà di Hong Suk-hyun, proprietario del quotidiano JoongAng Ilbo, considerato vicino alla Samsung.

di Sebastiano Carboni