Il 9 febbraio del 2009 moriva ad Udine Eluana Englaro, dopo 17 anni di agonia trascorsi in stato vegetativo.
Il suo calvario fu risolto da un padre coraggioso, Beppino, da medici sensibili, da giudici che non alzarono bandiera bianca di fonte alla ignavia delle istituzioni e alla incapacità del Parlamento di legiferare in materia.

A distanza di 5 anni dalla morte di Eluana quella legge ancora non esiste e in questo caso non esistono certo vincoli di bilancio, o divieti europei, anzi! Nel caso del “biotestamento” esistono solo i vincoli dell’integralismo, dell’oscurantismo, della negazione del diritto della persona ad un trattamento umano, dall’inizio alla fine della sua esistenza.

In questi giorni si parla molto degli insulti e delle invettive scagliate da alcuni parlamentari contro altri; si tratta di episodi gravi e censurabili, sempre e comunque.
Ancora più gravi, tuttavia, sono gli insulti,le volgarità, le aggressioni, quando a scagliarle sono i rappresentanti delle istituzioni contro le cittadini e i cittadini.

A questo proposito come non ricordare, ancora oggi, quella parola “assassino” che l’attuale ministro Quagliariello rivolse, nelle aule parlamentari, contro Beppino Englaro che, dopo 17 anni di atroci sofferenze, aveva deciso di autorizzare la fine di quea tragedia.

Quelle ed altre parole non possono e non debbono essere dimenticate.
Beppino Englaro non ha mai voluto denunciare perché a lui interessa una sola cosa: una legge sul biotestamento che impedisca ad altre famiglie di provare lo stesso dolore e le stesse umiliazioni che sono state riservate alla sua famiglia.

Perché, come ha detto lo stesso Beppino, riprendendo una frase di Leonardo Sciascia, in una bella ed appassionata intervista rilasciata a Tommaso Cerno del “Messaggero Veneto”: ” In certe situazioni chiedere di essere lasciati morire non nasce dall’amore per la morte, ma dall’amore per la vita”.