L’ultimo fine-settimana, a Parigi, due manifestazioni hanno attraversato la città. Le prime bandiere si sono levate sabato 1° febbraio, nei dintorni di Place Joffre, nel settimo arrondissement, dirette verso l’ambasciata spagnola, in segno di protesta contro il progetto di legge del governo Rajoy che  fa dell’aborto un reato depenalizzato, giustificabile solo in caso di pericolo per la salute fisica e psicologica della donna o se questa è stata vittima di stupro, precedentemente denunciato. In tanti hanno raccolto l’invito a manifestare il proprio dissenso, dai socialisti ai comunisti, uniti per difendere la libertà delle donne, in Spagna e nel mondo.

La risposta, tuttavia, non s’è fatta attendere. Solo il giorno dopo, domenica 2, Parigi è stata invasa dalla furia reazionaria della Manif pour tous (Manifestazione per tutti), inevitabile sfogo di collera e tensione di una settimana travagliata in Francia. Tutto, infatti, è cominciato circa dieci giorni fa, quando i tranquilli focolari francesi sono stati turbati da un sms anonimo, che informava padri e madri di famiglie timorati di Dio che la scuola avrebbe cominciato a insegnare ai loro bambini la fantomatica “teoria del genere”, ma non solo. Sarebbero seguiti accenni alla natura omosessuale e alla pratica della masturbazione. Conseguenza di tale allerta, una giornata, lunedì 27 gennaio, in cui i bambini sono rimasti a casa, al sicuro da ogni eventuale “vague” di liberalismo scolastico. Decine di migliaia di persone, armate delle bandiere rosa e blu, colori ormai tristemente associati all’omofobia qui in Francia, hanno sfilato quindi domenica tra Champ-de-Mars e Denfert-Rochereau, trascinandosi dietro i propri figli, che, intervistati, sapevano ben poco delle ragioni della marcia, e protestando contro la riforma della famiglia del ministro Taubira, la maternità surrogata, la procreazione assistita per le coppie lesbiche, la sedicente “lobby” Lgbt e, soprattutto, l’insegnamento dell’uguaglianza dei sessi a scuola.

Ludovine de la Rochère, presidente dell’associazione Manif pour tous, insorge contro “l’Abc dell’uguaglianza”, una sorta di manuale proposto dal Ministero dell’Educazione francese, che dovrebbe aiutare a dissipare gli stereotipi maschili e femminili sin dalla più tenera età. Frainteso dai manifestanti, il libello è ormai il simbolo di un governo che s’impegna, secondo la Rochère, a “diluire il legame tra padre-madre-bambino e contrastare l’alterità tra uomo e donna”. A galvanizzare le ire dei cattolici integralisti, anche un manipolo di francesi musulmani, muniti di striscioni, a gridare il loro “no” al matrimonio omosessuale. “Un bene che siano venuti anche loro”, ha riportato il sito Rue89, che ha intervistato i manifestanti, “noi cattolici siamo troppo tranquilli”.

Un identico corteo ha dato il meglio di sé domenica 26 gennaio, per il cosiddetto “Jour de colère”, letteralmente “Giorno di collera”, un vero e proprio Dies Irae che ha ben poco dell’armonia della composizione mozartiana. Riuniti per l’amore della Francia e del bene comune, con il pretesto della ormai trasfigurata libertà d’espressione, armati di improbabili cornamuse e striscioni con “Liberté, Egalité, Dieudonné“, c’erano anti-semiti, omofobi, partigiani della cosiddetta “Primavera francese”, mai così grigia come quest’anno, a levare il dito medio, e non solo metaforicamente, contro il governo Hollande, che favorisce emigrazione, omosessualità e non si preoccupa dei suoi francesi purosangue, afflitti dalla disoccupazione (ma con un sussidio non poco rilevante che arriva puntuale sui conti in banca ogni mese).  

Un brivido di esultanza avrà sicuramente percorso la schiena dei circa 100.000 manifestanti che hanno sfilato per la Francia il 2 febbraio, quando il primo ministro Jean-Marc Ayrault ha dichiarato che la temuta riforma sulla famiglia è annullata, almeno fino al 2015. L’ennesima conferma della debolezza della sinistra francese, esitante e succube dell’integralismo del popolo.

La storica e tradizionale libertà francese s’è ormai svuotata di significato. La stessa parola “genere” ormai provoca sussulti e subisce la censura ufficiale del governo, che non ha esitato a sospendere un ciclo di conferenze universitarie sul tema, bloccare la pubblicazione di un libro intitolato “Déjouer le genre” e sostituire il termine incriminato con il più cauto binomio “garçon-filles”, “ragazzi-ragazze“. L’uguaglianza s’è ormai dissolta con la benedizione del genio d’oro della Bastiglia, tappa obbligata di ogni manifestazione che si rispetti. E la fraternità, ahimè, non si vede più, almeno dai primi scontri in banlieue, una decina d’anni fa. Paese rivoluzionario per eccellenza, la Francia sembra essere scivolata nel più squallido furore reazionario.

Fieri del loro successo, e dell’ovvia impressionante copertura mediatica, i manifestanti della domenica saranno tornati soddisfatti e gonfi d’amor patrio ai loro sacri talami. Probabilmente prendendo la metropolitana, che ormai da settimane è tappezzata di pubblicità di siti d’incontri on-line per coppie annoiate e alla ricerca di una piccola fuga extra-matrimoniale, ultime vestigia del libertinismo francese, unico segno tangibile dell’emancipazione sessuale, misera illusione della più infima delle libertà. 

di Valeria Nicoletti