Alla fine dell’estate scorsa, quando venni espulso come persona non gradita da Istanbul, decisi di mettere insieme tutti gli appunti scritti mentre vivevo lì per formarne un testo (reportage/saggio/pensieri liberi), che raccontasse la mia esperienza diretta nelle proteste di Gezi Parkı (già, in parte, narrate su Il Fatto Quotidiano e durante le dirette per Radio Capital) e quello che avevo visto, ascoltato, discusso nei quartieri più periferici e meno turistici dell’immenso Sistema-Istanbul, per spiegare che, secondo me, alla base delle rivolte dell’estate c’era un sostanziale problema urbano, una gentrificazione non regolamentata capace di stravolgere in pochi anni equilibri culturali, economici, sociali ed etnici con il consenso arrogante delle istituzioni.

L’editore a cui il manoscritto è stato proposto lo ha trovato un buon lavoro, ma non al passo con i tempi: ormai, pare, in Italia nessuno è più interessato alla questione Turchia. Peccato, il testo rimarrà inedito, sono però felice che in questo periodo di “silenzio editoriale”, un buon editore, Edizioni Alegre, abbia pubblicato e fatto uscire un ottimo libro collettivo #GeziPark. Coordinate di una rivolta, un testo interessante, a mio avviso indispensabile, per capire molte dinamiche che hanno caratterizzato l’estate calda turca, quello che l’ha prodotta, quali sono stati i suoi sviluppi.

Durante le settimane di resistenza a Istanbul e nelle altre città turche, sono fioccate le testimonianze, qualcuna, ahimè, anche pubblicata, altre rimaste solo sui profili privati nei social network, di decine di italiani che dal momento che si trovavano in loco hanno sentito il dovere di raccontare cose che spesso non capivano, vuoi per la lingua, vuoi per la totale mancanza di un background sociale e politico. Dal blogger (o giornalista) che non ha mai messo piede a piazza Taksim durante quel periodo e si è arrogato il diritto di insultare, semplificare, attaccare l’intera protesta come nemmeno, probabilmente, l’ufficio stampa di Recep Tayyip Erdoğan sarebbe riuscito a fare, alla turista italiana che si è trovata lì, quasi per caso, e ha descritto Gezi Parkı come una specie di Summer of Love, e ci ha pure ricavato un libro, inutile per chiunque voglia saperne qualcosa di Istanbul, al grande cronista che scriveva di Gezi (anche lui ha pubblicato un reportage) comodamente seduto a prendere il sole in Italia.

Ci sono state anche tantissime eccezioni, Luca Tincalla, per esempio, con il suo autoprodotto Testimone a Gezi Park (portato in giro in Italia e ospitato su Giap-Wu Ming Foundation) ha fatto un buon lavoro, un reportage onesto e che svela particolari personali molto suggestivi su quanto accaduto in quei giorni; o l’esaustiva analisi socio-policica di Fabio Vicini uscita su Il lavoro culturale, agli articoli e ai reportage curati dai preparatissimi Gianluca D’Ottavio e Özge Esen (che durante le proteste, i forum, gli scontri, la repressione e la festa hanno svolto una copertura mediatica sui social network pressoché inarrivabile in lingua italiana), responsabili di Scoprire Istanbul, proprio in questi giorni vittime di “conoscitori improvvisati di Istanbul” che su blog spuntati come funghi hanno iniziato a rubare contenuti e proposte che i due e la loro agenzia/magazine studiano, scrivono, sviluppano da anni.

Tornando al libro #GeziPark. Coordinate di una rivolta, gli autori a mio avviso centrano il punto fondamentale del contrasto sempre più evidente in seno alla società turca: la crescita economica e la trasformazione urbana hanno creato una frattura quasi insanabile tra i governanti e i cittadini (a tal proposito l’intervento di Fazıla Mat è puntuale e tratteggia problematiche attuali, così come lo splendido saggio di Lea Nocera che investiga le origini “antiche”, tutte repubblicane, di come si è arrivati alla situazione esplosiva dell’estate scorsa).

La gentrificazione è un problema che mi sta molto a cuore, così come il tessuto sociale della città. Quando abitavo a Istanbul, più volte mi sono trovato a spiegare a italiani di passaggio che per capire i voti all’Akp e la complessità della megalopoli bisognava andare in quartieri come Fener (dove io vivevo), Balat, Çarşamba, Yenikapı o nell’estrema periferia asiatica a parlare con le persone delle classi più povere. Quello che è emerso fra i partecipanti di Gezi Parkı è proprio questo: portare un nuovo modo di concepire la propria vita e la propria città nelle roccaforti del nemico. È quello che si è visto con la pratica dei forum e delle yeryüzü sofrasi organizzate da Anti-Kapitalist Müslümanlar a mettere nero su bianco che la lotta non è stata fra laici vs religiosi, come qualcuno ha voluto far credere, ma tra due modi diversi di concepire la propria vita. Anche questo è citato nel libro, soprattutto nell’esaustivo capitolo scritto da Fabio Salomoni dedicato agli attori sociali di Gezi Parkı.

Molto belle e originali anche le parti curate da Moira Bernardoni che raccontano di graffiti utilizzati come riappropiazione urbana e culturale e della rivendicazione delle lotte comuni e dei beni utilizzando come esempio il collettivo politico istanbuliota Müştereklerimiz. Nella parte finale gli studiosi Piero Maestri e Fabio Ruggiero cercano analogie e differenze fra quanto successo a Taksim e nelle proteste globali che hanno scosso il Brasile, i paesi arabi, la Grecia, la Spagna. Ne risulta nel complesso un libro ben scritto, di facile interpretazione che getta luce su molte questioni. Un libro che riaccentra l’importanza strategica della Turchia e del suo futuro e fa capire come il piano della comunicazione è stato uno dei terreni di scontro più duri, da cui si è generato uno spazio creativo e innovativo. Un esempio per tutti. Da leggere. Her yer Taksim, her yer direniş.