Il governo Letta, come i precedenti, ha guardato con occhio bramoso alle pensioni come area da cui fare cassa. Nel farlo, non differentemente dai governi precedenti, ha scelto l’approccio che altrove ho definito da incapaci e/o vagabondi e cioè quello di sparare nel mucchio senza sentire la necessità di lavorare per analizzare, in base ai principi di equità spesso sbandierati, dove fosse ragionevole prelevare e dove invece il farlo si andasse a configurare come un “furto con destrezza”.

Così il governo ha partorito (meglio sarebbe dire: abortito) una leggina a forte sospetto di incostituzionalità che include la de-indicizzazione reiterata a partire da importi di pensione molto bassi e i prelievi di solidarietà sulle pensioni elevate.

Non che le opposizioni avessero idee molto diverse; sia Lega Nord che Fratelli d’Italia hanno inizialmente proposto tetti indifferenziati e il M5S è arrivato a proporre un prelievo fortemente progressivo sulle sole pensioni, a partire da quelle molto basse.

Queste belle iniziative e leggi sono state preparate e varate sull’onda dello sdegno popolare montato ad arte con la pubblicazione acritica di pochi assegni pensionistici del tutto particolari e hanno imperturbabilmente chiesto e stabilito prelievi di natura sostanzialmente fiscale mirati ai soli pensionati (d’oro, d’argento e di bronzo).

Si è così realizzata l’iniquità insita nell’approcciare situazioni molto diverse tra loro con un approccio omogeneo.

Per fare un esempio banale, le modalità delle manovre effettuate e in corso sulle pensioni sono equivalenti concettualmente all’imporre a tutti una medesima alimentazione in quantità e tipo di cibo; a nessuno sano di mente verrebbe questa idea bislacca, e se qualcuno la proponesse riceverebbe, oltre a un probabile Trattamento Sanitario Obbligatorio, l’obiezione è che non si possono trattare situazioni di partenza diverse con la stessa soluzione.

Il caso non è diverso per le pensioni, perché sia i tecnici del governo precedente che i politici di quello presente hanno confezionato un vestito unico e l’hanno imposto addosso ai pensionati con un salto mortale di pensiero che non sta né in cielo né in terra.

Sono state mescolate ragioni (incontestabili) di redistribuzione del reddito con motivi di equità previdenziale, indicando che in tempi di crisi è necessario chiedere di più a chi ha di più (sacrosanto principio) e che si deve riequilibrare retroattivamente la situazione tra i pensionati attuali, premiati dal sistema retributivo, con quelli futuri che avranno le pensioni calcolate col sistema contributivo puro.

Peccato che nell’applicare questi due principi i legislatori si siano ingarbugliati e abbiano partorito delle misure inaccettabili da entrambi i due punti di vista; infatti il sacrificio non è stato spalmato su tutta la popolazione in base al reddito e la giustificazione dell’intervento come riequilibrio previdenziale è morta nei fatti perché i prelievi non tengono conto della storia contributiva. Un bel pasticcio, non c’è che dire.

Il rimedio sta nella valutazione di contributi di ciascuno ed è in questa direzione che si sono spostati alcuni partiti (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Scelta Civica), modificando le proprie proposte nel senso di prevedere appunto di partire da un ricalcolo contributivo generale; proposte sdegnosamente rinviate al mittente da Pd e dal M5S fermi nel loro convincimento di re-distribuire (solo) dalle pensioni, trattandole non come previdenza ma come salvadanaio; almeno, però, si è aperto un dibattito al quale, da buoni economisti e quindi con attenzione ai numeri e alle procedure di calcolo, hanno dato un contributo molto interessante gli esperti de LaVoce.info; la loro proposta suggerisce di mettere all’inizio di qualsiasi intervento una verifica dei contributi versati da ciascun percettore di pensione e reca il grande contributo di eliminare sul nascere qualsiasi obiezione di incostituzionalità e di ispirarsi all’elementare principio di equità previdenziale: tanto contribuisci = tanto percepisci.

La proposta, perfettibile nella stima di aliquote e scaglioni, è in principio talmente logica ed equa che l’osteggiarla è incomprensibile e allora la domanda da porsi è: di chi difendono gli interessi Pd e M5S? A chi fa paura il ricalcolo? La risposta è presto data: osteggiano il ricalcolo contributivo tutti coloro che hanno (o vogliono difenderlo) un privilegio sufficientemente grande da essere colpiti in modo significativo da un eventuale adeguamento al ribasso alla propria contribuzione. L’articolo di Rizzo e Stella sul CdS di lunedì 20 gennaio ci dà qualche indizio, con esempi di vitalizi di consiglieri regionali che gridano vendetta; i vitalizi dei parlamentari non sono molto diversi e tutti, senza eccezioni, enormemente sovrastimati rispetto ai contributi. A queste due categorie sono da aggiungere coloro che hanno ricevuto regali dallo Stato sotto forma di contributi figurativi etc.; gli ufficiali dell’esercito, per esempio, insieme ad altre categorie di dipendenti statali “particolari”; infine, c’è il folto gruppo dei pensionati baby (uno scandalo storico) e di coloro che con il retributivo si sono avvantaggiati e che hanno una pensione sufficientemente alta da essere nel mirino del ricalcolo (quadri intermedi e qualche dirigente dei settori privati).

Poiché così come è concepita, la proposta di Boeri & Co. su LaVoce.info tiene già in particolare considerazione la necessità di salvaguardare le pensioni basse (retributive o no) e che sulla progressività degli adeguamenti si potrebbe lavorare ulteriormente, non c’è obiezione socio-economica che tenga e la resistenza sembra imputabile solo alla volontà di difendere i privilegi o ad analfabetismo previdenziale.

Il risultato, a meno dell’auspicabile “niet” della Corte Costituzionale sarebbe che fuorviando l’opinione pubblica con l’utilizzo propagandistico di alcuni trattamenti pensionistici “civetta” e fingendo di voler realizzare un riequilibrio previdenziale tra generazioni e tra pensionati in essere, i governanti di oggi e quelli che si candidano a governare domani si garantiscano ancora la “mano libera” sulle pensioni continuando impunemente a prelevare a proprio arbitrio e piacere e a calpestare la logica previdenziale, i principi fondanti della fiscalità e il tenore di vita che molti pensionati si sono guadagnati in decenni di lavoro.

Dire porcheria è dire poco.