Non so se, da direttore di un giornale, avrei dedicato un’intera pagina, come fa oggi Repubblica, alla notizia della donna, Tiziana De Vecchi, che ha tenuto per quattro anni il cadavere della mamma in frigo. Né vorrei essere stata nei panni dell’inviato Maurizio Crosetti, incaricato di raccontare la storia sentimentale del rapporto tra la figlia e la madre, Paola Puricelli, e i tristi dettagli: la treccia, il colbacco, il cane Pepe. Insomma, a farla breve, anche se la cronaca è la cronaca, mi sarebbe sembrato più rispettoso tacere di una vicenda che rivela un abisso di dolore e solitudine enormi.

Ma allora tanto vale approfittare del risalto per tirar fuori un tema che pure, quanto a sofferenza – ma questa volta causata da scelte politiche e sociali – non scherza. È un tema di cui non amo parlare perché suscita un sentimento che è meglio tenere sotto controllo, la rabbia, e del quale tuttavia presto non si potrà più tacere (anzi, faccio una previsione: tra circa dieci, quindici anni nei talk show non si parlerà d’altro). Cosa succede quando un anziano, unica fonte di reddito di una famiglia, in qualsiasi modo composta (come quella di Novara, madre e figlia), finisce perché la persona muore? Nel caso di Tiziana DeVecchi, che con tutta evidenza ha agito perché in questo modo solo perché profondamente malata, poche centinaia di euro, che consentivano però alla figlia, che a soli cinquantadue anni non può certo percepire la pensione di vecchiaia, di sopravvivere.

Oggi questa è la situazione dell’Italia: da un lato, persone che vivono esclusivamente grazie a pensioni di genitori anziani e nonni; dall’altra, la mancanza – l’unico paese in Europa – di un sussidio di disoccupazione universale, come ad esempio il reddito minimo, di cui tanto si è discusso per non arrivare a nulla. Quando si parla di lavoro e disoccupazione, si parla quasi sempre di lavoro dipendente e sussidi da perdita di lavoro dipendente, come la cassa integrazione. Ma per tutti quelli che hanno un lavoro precario, misero mini-Aspi a parte, e soprattutto per tutti quelli che non hanno lavoro tout court non c’è nulla, neanche un euro. Stiamo parlando di milioni di persone: ragazzi, e poi trenta-quarantenni, cinquantenni esodati o che hanno perso un lavoro autonomo

Se non sei vecchio, se sei sano, ma se non hai un lavoro e non riesci a trovarlo – come tanti, tanti amici – in che modo sopravvivi? Mistero. O meglio no: tutti lo sanno, politici compresi, ma il silenzio sul tema è assordante, a parte il rumore di chi sta portando avanti le proposte di reddito minimo. Dare 500 euro a tutti quelli che sono senza alcuna entrata costerebbe moltissimo. Ma è una questione improrogabile. O presto le storie come quelle di Tiziana si moltiplicheranno, e non solo a causa di una patologia psichica, ma per cruda necessità. Giuro che io non mi sentirei di giudicare una persona disperata che, priva di reddito, senza sapere in alcun modo come sopravvivere, decidesse di seppellire un parente senza denunciarne la morte. È una provocazione, ovviamente, ma indignazione e moralismo non servono: servono risposte politiche concrete.

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