La Camera ha appena convertito in legge il decreto su Imu, immobili pubblici e Banca d’Italia che include un triplice regalo alle banche. Il decreto numero 133 del 2013 fu presentato da Saccomanni nella notte del 27 novembre, mentre erano tutti distratti dalla decadenza di B.

Il trucco è sempre quello dell‘attache: si infilano nello stesso decreto iniziative eterogenee tra loro in modo che quella più popolare (vedi abolizione dell’Imu) faccia da traino per far passare anche le peggiori porcate (vedi aumento di capitale della Banca d’Italia).

Le fregature incluse sono ben 3: la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, l’aumento degli utili distribuibili agli azionisti e la possibilità di vendere le quote anche a soggetti stranieri. La Banca d’Italia è un paradosso giuridico: è un istituto pubblico, ma è proprietà privata e i suoi azionisti sono le banche. I ricavi di Bankitalia sono i proventi derivanti dalla gestione della moneta circolante che ci gira la Bce. Sono soldi pubblici che per il 60% vanno allo Stato e per il 40% finiscono nelle riserve nazionali.

Primo regalo. Grazie al decreto appena convertito in legge, il capitale della banca centrale passerà da 156mila euro a 7,5 miliardi di euro, ma non saranno i suoi azionisti a metterci i soldi: come al solito pagherà Pantalone, ovvero il popolo italiano. L’aumento di capitale, infatti, sarà finanziato con le stesse riserve della Banca d’Italia, soldi accantonati nel corso degli anni per far fronte alle emergenze future. Le banche sono doppiamente contente: rivalutano le loro quote del 4800% e sulla plusvalenza pagano una tassa agevolata del 12% anziché del 16%, ovvero 900 milioni invece che 1,2 miliardi.

Secondo regalo. Fino a stamattina la Banca d’Italia non poteva distribuire un utile superiore al 10% dell’attuale capitale sociale (pari a 156mila €), più una quota delle riserve, che per prassi non superava mai lo 0,5% all’anno. Ora questo limite è stato alzato al 6% del nuovo capitale sociale (pari a 7,5 miliardi €), il che significa che si potranno distribuire 450 milioni all’anno agli azionisti come Intesa Sanpaolo (30%), UniCredit (22%), Assicurazioni Generali (6,3%), Banca Carige (4%), Bnl (2,8%) e Monte dei Paschi di Siena (2,5%). Quindi in appena 2 anni le banche si ripagheranno le tasse dovute all’aumento di capitale e a partire dal terzo cominceranno a guadagnarci. Ma gli utili della Banca d’Italia sono soldi pubblici (derivanti dalla gestione del contante) che venivano accantonati nelle riserve per far fronte alle emergenze del Paese.

Terzo regalo. Ogni azionista sarà obbligato a vendere le quote eccedenti il 3%. L’aspetto più interessante è che le quote della Banca d’Italia che dovevano passare allo Stato potranno essere vendute anche a soggetti stranieri purché comunitari. Già l’Italia conta molto poco nel sistema bancario europeo, figuriamoci quanto sarà considerata quando gli stranieri si saranno comprati la sua banca centrale.

Altro che oro, incenso e mirra: questa è una pioggia di miliardi!

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