Per anni sulla giustizia si è consumata una guerra ideologica e strumentale che ha usato i problemi dei cittadini per strumentalizzare problemi personali o per realizzare il piano mai accantonato di sottomettere definitivamente la magistratura al potere politico.

In questi ultimi mesi abbiamo anche assistito a molti interventi del governo anche tramite decreti legge, volti a tamponare questa o quella emergenza: intenti anche apprezzabili sono stati in parte vanificati dalla mancanza di un piano complessivo per ridare effettività alla giustizia.

Siamo di fronte a una giustizia civile lentissima (e quindi di fatto spesso negata), dove i costi di accesso stanno aumentando così da renderla sempre più un lusso per pochi, quando invece la legalità dovrebbe essere il potere dei senza potere (Dubcek).

Il processo penale è schiacciato dalla corsa folle contro il tempo della prescrizione e talvolta finisce davvero per tradire nella sostanza le tante garanzie che la legge prevede (come non senza ragione denuncia l’avvocatura).

Ma se vogliamo che il contraddittorio sia reale, che le motivazioni siano sempre autonome, che la scelta delle intercettazioni non venga fatta con formule di stile (degenerazioni a mio parere non diffuse ma esistenti)… dobbiamo ridare complessivamente credibilità ed efficienza al sistema, diminuendo il numero di processi e cause, evitando di fare tre gradi per qualsiasi processo così da celebrarli in tempi sensati per quelle vicende che meritando maggiore approfondimento, consentendo ai magistrati di dedicarsi alla qualità e non ai numeri statistici, avendo magari mezzi adeguati e un ufficio che li assista (e non disinvestendo e diminuendo ogni giorno il personale amministrativo).

In questo impegno a restituire legalità al Paese (e quindi credibilità alle istituzioni e alle sue norme) avvocati e magistrati appaiono spesso in contrapposizione, come se entrambi non fossero invece protagonisti essenziali di una giustizia che funziona. Sicuramente noi magistrati spesso paghiamo una logica autoreferenziale e non ci dimostriamo sempre all’altezza della sfida dell’efficienza e dell’organizzazione, chiudendoci a riforme anche necessarie.

D’altra parte sarebbe utile che l’avvocatura spendesse qualche parola di solidarietà istituzionale e di verità quando qualcuno ci indica come il cancro del Paese o ci accusa in modo qualunquista di ogni male: le statistiche europee (CEPEJ) dicono che siamo già da anni tra i magistrati con più carico di lavoro e più produttività…

Se la magistratura non saprà raccogliere la sfida di dare effettività ai diritti proclamati dalla Costituzione e se l’avvocatura a sua volta non uscirà da logiche talora faziose e di contrapposizione, l’Italia resterà il Paese del rovescio…

La soluzione ai mali della nostra giustizia non passa per la separazione delle carriere, che come dice anche l’Europa garantisce indipendenza nell’azione delle Procure, ma per una cultura della giurisdizione e della legalità davvero condivisa e unita.

Usciamo dalle barricate, ammettiamo i nostri errori e collaboriamo a indicare le riforme utili, restando lontani dagli slogan che parlano alla pancia e non alla testa dei cittadini… a quelli, purtroppo, ci pensa già spesso la politica e certa stampa.