“Tato pendi ticiclo che ‘diamo a babá”. Qualche volta a noi mamme viene normale parlare il “bambinese”. Storpiamo le parole come fanno i bambini per farci capire, o perché fa tenerezza. Ricordo come un pugno nello stomaco il momento in cui Marco ha detto per la prima volta “cavallo” anziché “tatallo”. E sono certa che oggi, a tre anni, continui a dire “tefetolo” anziché “telefon o” per compiacere noi.

Il nostro balbettare parole storpiate come loro è un modo per rimanere legati agli anni di infanzia che ci scivolano dalle mani. Poi, certo, vogliamo farci capire. Usiamo parole facili, sempre le stesse. Semplifichiamo i concetti, scarnifichiamo il linguaggio per renderci comprensibili. Pensiamo che per loro sia meglio così. Andrea, amico musicista, racconta di aver parlato di un concerto con un ragazzino: l’aveva apprezzato, provava a dirlo, ma il commento era: “bbello! “, ” cioè troppo bbello” . Non sembrava avere altri mezzi per descrivere quello che provava. Mi chiedo se quando si hanno poche parole, ci sia quasi il rischio di percepire persino di meno, come se che anche i pensieri si rattrappissero nella penuria di sfumature.

Non a caso per i greci logos racchiudeva la parola e il concetto, il pensiero era un tutt’uno con l’oggetto, c’era un legame inscindibile tra il significante e il significato. Ricordo la sensazione di essere all’estero, alle prese con una lingua straniera, che padroneggiavo male. Brutta sensazione: potevo fare solo i discorsi per i quali possedevo le parole. Semplificavo i pensieri per adattarli ai vocaboli che conoscevo. Ma alla fine la semplificazione deturpava il pensiero. Qualche volta mi sono ritrovata persino a dire cose diverse da ciò che avrei voluto perché lì mi avevano condotto le parole che possedevo. Mi sentivo un po’ idiota.

Non sono sicura che offrire il linguaggio, come la vita, nella sua complessità e poliedricità, ci renda meno comprensibili per i nostri bambini. Non sono certa che la semplificazione li aiuti sempre e comunque. Spesso mi sembra che ci capiscano anche se il nostro modo di parlare resta fedele alla ricchezza e varietà delle cose, alla loro complessità e in qualche modo alla loro verità. Più parole conosceranno, più colori possiederanno per descrivere, anche dentro di sé, la vita.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 13 gennaio 2014