Con l’inizio del 2014 sono dieci anni esatti dalla soppressione del credito d’imposta sui dividendi. Un istituto di equità fiscale che si sono ben guardati dal ripristinare i governi da allora succedutisi, di destra, sinistra e intese più o meno larghe. Il principio a monte di questo strumento è semplice: permettere al piccolo azionista di essere tassato sugli utili distribuiti dalla società in base al suo reddito. E in particolare di meno, se questo è basso. Il che è del tutto coerente col criterio di progressività tributaria enunciato nell’articolo 53 della Costituzione.

Vediamo cosa capita invece adesso, semplificando molto, perché la normativa è complessa, ma quello che conta è il concetto di fondo. Partendo da 100 euro lordi di utile per azione e togliendo il 27,5 per cento per l’imposta sul reddito delle società (Ires), restano 72,5 euro. Se la società li distribuisce come dividendo, viene applicata un’ulteriore ritenuta del 20 per cento, per cui in tasca all’azionista arrivano 58 euro netti. Così in pratica paga il 42 per cento di tasse. A rigore ben di più a causa di un’altra imposta (Irap), dei costi non deducibili ecc.

Ma fermiamoci pure qua. È giusto che un piccolo risparmiatore sia così tartassato? Fino al 2003 si pensava di no. Per cui un contribuente con redditi medio-bassi riceva indietro un po’ di soldini, riportando i dividendi nel modello Unico o anche nel 730. La norma venne abrogata da Giulio Tremonti a fine 2003, in barba alla prima delle tanto decantate “tre i” (impresa, Internet e inglese). Perché Enrico Letta non ha trovato lo spazio per reintrodurla, fra le centinaia di provvedimenti di cui ha infarcito la Finanziaria e il decreto Milleproroghe? Ragionando sulle aliquote attuali e su ogni 100 euro di dividendi netti incassati , chi è nel secondo scaglione (15-28 mila euro di reddito annuo) riceverebbe dall’erario altri 25,9 euro; e addirittura 32,8 nel caso di redditi inferiori. Mentre ora, di fatto, tutti sono obbligati a subire la cosiddetta cedolare secca sui dividendi, inventata per chi aveva redditi alti. È così che si vogliono indurre gli italiani a comprare altre azioni delle aziende pubbliche da privatizzare?

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Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2014

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