Sono giorni di anniversari per la televisione: sessant’anni fa le prime trasmissioni Rai, nel 1974 il via libera della Corte Costituzionale alla ripetizione in Italia dei delle tv estere (Telemontecarlo, Svizzera Italiana, Capodistria), primi programmi fuori dal monopolio. Tanta televisione è passata sotto i ponti della nostra storia recente. A volte buona, spesso cattiva. Per non parlare della televisione fatta partito e dell’immane conflitto di interessi che attanaglia il circuito mediatico nel nostro paese.

Tra tanti aspetti c’è n’è uno però che ha finito per condizionare la stessa antropologia della nostra società. Il risultato, o per meglio dire l’effetto, sullo sviluppo dei minori esercitato dalla televisione. Si è imposto in questi anni, soprattutto nella programmazione a loro destinata, un modello culturale improntato al più sfrenato consumismo. Apparenza, ricchezza, forza, sono stati i valori centrali delle produzioni per i bambini e più in generale per i giovani. Quando non c’è stata una vera e propria incitazione alla violenza e al rifiuto del diverso. Alcune norme sono state introdotte nel tentativo di mitigare questo crescente fenomeno. A volte di autoregolamentazione (es. i diversi comitati TV-minori, la Carta di Treviso), altre volte più cogenti. I risultati in verità sono stati piuttosto scarsi e talvolta si sono tradotti in forme paradossali di censura verso programmi che magari presentavano tematiche riguardanti scelte sessuali diverse (es. le polemiche contro Freccero e la programmazione di Rai 4).

C’è da sperare che il nuovo Comitato media e minori istituito recentemente dopo due anni di vuoto possa intervenire con criterio ed efficacia almeno sui casi più allarmanti. Purtroppo, questi ultimi non sono pochi e sempre più si manifestano in programmi che sono un vero e proprio scempio della dignità umana (es. alcuni reality trasmessi nella cosiddetta fascia protetta). Positiva anche l’idea di inserire nel nuovo contratto di servizio Rai un capitolo dedicato alle trasmissioni per i minori e alla loro particolare definizione.

Ma oltre alle norme (dell’Onu, dell’Unione Europea, del nostro Parlamento, del codice di autoregolamentazione), quello che realmente manca, soprattutto in Italia, è una cultura della responsabilità verso i minori. Nel sistema dei media, non si tratta tanto di fare censure, ma adeguare i contenuti della produzione. Questo è principalmente compito di chi fa televisione, pubblica o privata che sia, perché nessun monitoraggio o sanzione eviterà che che continui la trasmissione di programmi televisivi violenti, diseducativi e nocivi per i minori, mandati in onda a tutte le ore.

D’altra parte, buoni programmi per bambini possono essere realizzati non andando a scapito dell’audience, come insegna ad esempio l’esperienza inglese. Bullismo, violenza, razzismo, egoismo sono mali che in questi anni sono stati alimentati dalla metrica televisiva che ha finito per devastare soprattutto le menti dei più giovani. Responsabilità dunque degli operatori televisivi e dei media, ma anche dei familiari e degli educatori. Questi ultimi non devono essere interfaccia tra il bambino e la Tv, protettori e responsabili del bambino durante i programmi televisivi, ma esigere con forza che lo strumento Tv rispetti il minore a priori, come persona, come qualunque persona.