E’ di buon auspicio iniziare un nuovo anno con propositi di miglioramento, nel privato così come nel politico, e uno spunto interessante che ho trovato è quello offerto dall’articolo della columnist del Times, Janice Turner. Il concetto, non popolarissimo in Italia, che la Turner richiama è uno tra i più controversi e fondamentali: “Non è tempo – si chiede Turner – di far risorgere un altro principio femminista dimenticato degli anni Settanta, la solidarietà femminile? Nel 2014 forse potremmo dimostrarci l’un l’altra un po’ più di gentilezza, riconoscere che per cambiare qualcosa c’è bisogno di una comunità più vasta. E che se vogliamo apportare un qualsiasi dannato cambiamento, il femminismo deve abbracciare sia le donne che lavorano che le ragazze che scuotono il sedere”.

Il riferimento è alla cantante Miley Cyrus, ex reginetta Disney che, per liberarsi dalle catene della melassosa industria per teenagers che l’ha lanciata nello showbiz, ha scelto di giocare la carta opposta della ‘cattiva ragazza’, con video e presenze tv fortemente sessualizzate ed esplicite.

Il caso della pop star è un pretesto utile per ragionare sulla solidarietà, una nozione sulla quale credo sia necessario soffermarsi per fare chiarezza, perché penso sia essenziale per progredire nelle relazioni tra le donne, e tra le donne e gli uomini. Solidarietà è un concetto empatico ed etico che diventa politico (e che si insegna quindi come attributo valoriale), per superare gli steccati imposti dalle diversità e dalle diseguaglianze. Si deve insegnare ad essere solidali, perché senza solidarietà non c’è accoglienza, la società rischia di trasformarsi in una giungla dove vince la legge della forza muscolare, precipitando quindi nella violenza.

Quando le donne hanno cominciato a pensarsi come gruppo sociale e come genere, non più come l’autoimposto ‘sesso debole’ della narrazione patriarcale, si iniziò a ragionare in termini di solidarietà: ricordo l’ardito passaggio di Lidia Menapace, che raccontava come il femminismo avesse rotto (per fortuna) anche gli steccati di classe pur presenti dentro al movimento. Se, come già Engels aveva scritto, sono le donne la classe più oppressa, anche la signora Agnelli, se offesa o maltrattata, deve essere sostenuta dalla solidarietà delle altre, a prescindere dalla sua appartenenza alla classe dei padroni.

Non è scontato pensare in questo modo, e meno che mai è scontato praticare una visione laica e innovativa della solidarietà. Mi è capitato più volte di discutere, in consessi progressisti e di sinistra, sul fatto che se è scontato stigmatizzare idee e comportamenti di donne lontane sideralmente da ciò che penso e pratico è altrettanto scontato che non permetto che le si insulti sessualmente. Le donne, anche quelle potenti e autorevoli, rarissimamente sono contestate nel merito (come si fa con gli uomini potenti e autorevoli): di solito le si offende con epiteti sessisti, riducendole a oggetti, a pezzi di carne utilizzabili, perché è a questo che il sessismo e la cultura patriarcale tendono a ricondurre il femminile del mondo.

La solidarietà, data quindi a prescindere dalle scelte che le donne fanno se queste sono oggetto di qualunque violenza non è però, dal mio punto di vista, acritica difesa di ogni scelta che le donne fanno. Si è solidali con la ministra, la ballerina di lap dance, la minatrice e la casalinga contro ogni violenza sessista ciascuna subisca: dobbiamo però non confondere la critica con la mancanza di solidarietà.

Se io penso che “scuotere il sedere”, così come bamboleggiare silenziose o essere consenzienti verso ingiustizie sia un comportamento inadeguato, pericoloso, irresponsabile da parte di una donna trovo sia importante dirlo, forte e chiaro, senza che questo scalfisca il rispetto dovuto a questa donna. Quando occorre è necessario e importante confliggere tra donne, per arrivare a costruire nuove connessioni e a modificare in meglio l’esistente.

Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni di apprendimento e formazione è questa: molto ancora c’è da fare, tra donne, sul tema del conflitto. Secoli di divisioni, di pratica conflittuale sotterranea, insidiosa, perversamente ancillare e mai ragionata di conflitto tra donne (potente alleato degli uomini per dividerle e classificarle) hanno costruito una difficile relazione con questo strumento, che invece va usato come potenzialità di trasformazione nella relazione e nel mondo. Solidali sì, e anche, talvolta, avversarie, ma mai nemiche: così vorrei che guardassimo, e fossimo, le une verso le altre.